LE PALME IN PIAZZA DUOMO: QUANDO L’INTEGRAZIONE E’ UTOPIA

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A Milano, nella notte di capodanno in piazza Duomo una decina di ragazze “sono state violentate una per una” da una folla di giovani di origine straniera. Una parte del gruppo infieriva sulle ragazze, mentre “un’altra parte, per confondere le forze dell’ordine, faceva muro attorno ai violentatori, gridando e circondando la scena per nascondere quel che stava accadendo” ( Ansa.it).

Ricorda lo scempio commesso sulle donne in Ciociaria e in altre regioni del Centro Italia nel maggio 1944, le cosiddette “marocchinate” ad opera dei “goumier”.

Il “Taharrush gamai” o jamaʿi, è una violenza collettiva, rituale e crudele, messa in atto da una folla maschile contro le donne, come quella consumata a Milano. Potrebbe ripetersi ancora. Piazza Mercanti e piazza Duomo sono diventati da anni area d’incontro, e talvolta “di caccia”, di giovani nordafricani, che in centro si ritrovano numerosi nelle ore pomeridiane e serali, in grande prevalenza maschi. La mentalità dei musulmani è che una donna nubile non dovrebbe andare in giro da sola, ma accompagnata da un “mahram“, un uomo con cui non possa avere rapporti sessuali, come il padre o un fratello. Il velo sul capo e il vestiario che nasconde totalmente il corpo, per la dottrina islamica è un modo di proteggere la donna. In un paese non musulmano una donna vestita a quel modo qualifica se stessa come una “sorella musulmana” e gli uomini non devono toccarla, secondo i dettami della fede. Viceversa, l’aspetto esteriore che non qualifica una donna come musulmana, rende tale donna bersaglio pressoché lecito di molestia o stupro. Il musulmano afferma, a suo modo, la supremazia della sua fede, che dovrà prevalere nei paesi in cui emigrano. L’abbigliamento ha quindi un valore religioso ed etico. In un paese non musulmano, il velo sul capo assume anche un valore politico, perché rimarca una differenza e “segna il territorio” e contribuisce a testimoniare visivamente la crescente presenza islamica in terra di infedeli.

La Svezia ha da tempo chinato il capo di fronte all’immigrazione islamica, che è proliferata sul territorio con delle enclave ove vige la shari’a. Un potere parallelo, in contrasto con la legalità, uno stato nello stato, poco arginato dal “politicamente corretto” e dalla debolezza dello stato legittimo.

Il “taharrush gamai” di Milano, e di altre città italiane di cui ora si comincia a sapere, pone l’Italia sull’orlo dello stesso baratro in cui è caduta la Svezia. I partiti italiani trascurano l’involuzione sociale in atto e i cittadini sembrano essere rimasti soli.

Questo è il fallimento di un’idea di integrazione priva di un’analisi conoscitiva della realtà, che non verifica i processi sociali innescati da presenze multiculturali a forte appartenenza identitaria. I giovani si riconoscono nell’appartenenza identitaria legata alla comune provenienza, i più disadattati tendono a cercare spazi e ruoli di leadership.

L’immigrazione ci ha posto ora di fronte a nuove rilevanti criticità, come nel resto d’Europa, cui è urgente trovare rimedi. Pare strano che le forze dell’ordine, nel centro di Milano al momento del “fattaccio”, si siano fatte cogliere di sorpresa. I “taharrush gamai” del Capodanno 2016 a Colonia e in altre città del nord Europa non sono episodi da dimenticare. Si sono ripetuti, si ripetono e si ripeteranno, ma si preferisce tacerne. Dove ci sono assembramenti giovanili di un certo tipo, facilmente distinguibili per origine e “fede”, il “taharrush gamai” è nell’aria e, forse, coloro che lo mettono in atto, non hanno nemmeno coscienza di commettere un atto criminoso. Nei loro Paesi la molestia collettiva a donne isolate o non debitamente vestite o non accompagnate secondo la regola vigente, o manifestamente di un’altra religione, è quasi un fatto tollerato, o volutamente ignorato. Le nostre autorità di pubblica sicurezza faranno bene ad avvertire i giovani e gli agenti in servizio dei rischi. La migrazione di gente che conosce solo leggi e costumi del proprio paese, che ignora o non si cura delle regole vigenti nel mondo occidentale, comporteranno guai e conflitti sociali. Quello che preoccupa di più è la seconda generazione. Giovani musulmani nati e cresciuti in Italia, o comunque in Europa, che manifestano comportamenti collettivi come quelli sopra descritti, mostrano di non aver assimilato granché nell’ambiente e nelle scuole dell’occidente. Anzi, sono proprio le seconde generazioni che sembrano inclini a fare pesare la loro diversità etno-religiosa, anche se i giovani immigrati sono meno praticanti dei padri. Come dire che nascondere i presepi, togliere i crocefissi, consentire l’allestimento di moschee, tollerare il velo integrale e il volto coperto nelle vie delle nostre città, fingere di non vedere gli sgozzamenti dei montoni in occasione delle feste islamiche in certi cortili condominiali, in barba a tutte le leggi vigenti, a quanto pare poco ha contribuito all’integrazione. Anzi, tanta disponibilità e apertura dimostrata ai nuovi arrivati anche dal mondo cristiano e dalla Chiesa, pare aver consolidato solo la loro autoaffermazione identitaria e l’orgoglio della diversità. Il modello d’integrazione stile “buonismo”, è da sostituire al più presto, con altri modi, contenuti e metodi.

Vittorio Zedda

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