L’ultima Guerra per l’oro

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Resa dei conti

La guerra civile che oppone Al Bhuran a Dagalo non è una classica contrapposizione fra un governo e ribelli rivoluzionari. La si potrebbe definire più una “guerra intergovernativa”, nel senso di una resa dei conti interna alla giunta militare. Al Bhuran e Dagalo sono infatti, rispettivamente, presidente e vicepresidente del medesimo Consiglio Transizionale di Sovranità, cioè la giunta militare al potere dal 2021. Per comprendere i retroscena del Sudan occorre ricordare, in estrema sintesi, la storia degli ultimi decenni. Per ben trent’anni, dal 1989 al 2019 il paese è stato sottoposto alla dittatura del presidente Omar Al Bashir, che nella sua condotta di governo si faceva forte dell’appoggio di correnti estremiste islamiche capeggiate da Hassan Al Turabi, dal quale poi Al Bashir prese le distanze. A far scoppiare il conflitto fra i due ex-alleati è stato principalmente il progetto di Al Bhuran di assorbire le RSF all’interno dell’esercito, di fatto condannando “Hemetti” a perdere il suo personale strumento di potere anche politico. Il 15 aprile 2022 le milizie RSF hanno attaccato il palazzo presidenziale e l’aeroporto internazionale. Intervistato telefonicamente dalla CNN, Al Bhuran ha accusato Dagalo di averlo voluto catturare:Le RSF hanno cercato di catturarmi e di uccidermi. E’ un golpe contro lo stato e verrà punito. L’esercito sudanese è l’esercito di tutto il Sudan, non appartiene a una persona o a un’organizzazione. Suo compito è difendere il paese”. Un portavoce delle RSF ribatteva: Abbiamo cercato di catturare Al Bhuran e portarlo davanti a una corte di giustizia per atti di tradimento contro il popolo sudanese. Stiamo combattendo per tutto il popolo”.

Gli scontri armati in Sudan

Sono ripresi il 15 aprile 2023 e non accennano a diminuire nonostante le ripetute tregue proclamate nei giorni scorsi, ma mai osservate completamente. In due settimane gli scontri hanno provocato almeno 334.000 sfollati interni (secondo OIM). Più di 100.000 persone sono fuggite nelle nazioni vicine, tra cui Egitto, Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana ed Etiopia (fonte UNHCR). Il quadro che si sta delineando in queste ore sembra quello di una lotta serrata con cui entrambe le fazioni cercano di guadagnare terreno per poi andare ai colloqui ma ciascuno sperando di trattare da una posizione di forza rispetto all’altro. In questa “gara” però, il Sudan rischia di vedersi aprire anche fronti collaterali che sembravano placati, come il Darfur, dove per anni si sono affrontate le tribù nere di agricoltori stanziali e le tribù pastorali di ceppo arabo, sostenute dalle milizie irregolari Janjawid, i “demoni a cavallo”, da cui poi vennero costituite le RSF di Dagalo. Il 29 aprile lo stesso Dagalo ha dichiarato, intervistato dalla rete britannica BBC che “non vogliamo distruggere il Sudan”, spiegando: “Prima deve reggere il cessate il fuoco, poi potremo negoziare. Al Buhran è un traditore perché ha portato nel governo i fedeli del deposto ex-presidente Al Bashir. E’ guidato dai capi del Fronte islamico radicale. Sto guardando avanti, a un governo civile per il Sudan”. Il 29 aprile l’ex-primo ministro sudanese Abdalla Hamdok, che era stato rovesciato nel 2021 dai due generali oggi su fronti opposti, parlando da Nairobi, in Kenya, ha avvertito il mondo:Il Sudan è un paese molto grande, molto diversificato. Penso sarà un incubo per il mondo. Questa non è una guerra fra un esercito e una piccola ribellione. E’ quasi una guerra fra due interi eserciti, ben addestrati e ben armati. L’insicurezza può peggiorare più che nelle guerre civili di Siria e Libia, che già hanno causato migliaia di morti e milioni di profughi”.

Le ricadute della crisi

Il rischio che un paese povero come il Ciad possa cedere sotto il peso di nuove ondate di profughi, causando sommovimenti di popolazioni in tutta la regione del Sahara non sembra campato in aria. Fra altri paesi di destinazione dei fuggitivi dal Sudan ci sono l’Egitto, con 16.000 ingressi, il Sud Sudan con 13.000, e la Repubblica Centrafricana con 1300, numeri destinati a crescere. Quanto alle conseguenze geopolitiche, la crisi del Sudan priva, almeno per il momento, di un valido alleato il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, che proprio sull’asse fra il Cairo e Khartum ha puntato fra il 2019 e il 2022 per fare fronte comune contro l’Etiopia del premier Abiy Ahmed, la cui ciclopica diga GERD, sul Nilo Azzurro, minaccia l’approvvigionamento d’acqua delle nazioni a valle, appunto Sudan ed Egitto, ponendo un’ulteriore ipoteca sulle loro già difficili produzioni agricole.

Le preoccupazioni di Mosca

Chi guarda al Sudan con maggior apprensione è forse la Russia, combattuta fra due tendenze. Nell’interesse di Mosca c’è il rapido ristabilirsi di una continuità di governo, dato che pochi mesi fa, il 9 febbraio 2023, proprio il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha siglato con Al Bhuran ed “Hemetti” l’accordo definitivo, dopo approcci iniziati nel 2020 col precedente governo, circa la costruzione di una base navale militare russa a Porto Sudan, il maggior sbocco del paese sul Mar Rosso. Sulla prevista base russa è trapelato che avrà una guarnigione fissa di 300 soldati e marinai e potrà ospitare fino a 4 grandi navi o sottomarini anche a propulsione nucleare. Qualora venisse completata, la base di Porto Sudan assicurerebbe alla flotta russa un importantissimo punto d’appoggio nel Mar Rosso, non costringendo più le navi di Mosca ad avvalersi come scalo della base cinese di Gibuti. Di più, la contemporanea presenza di due basi navali russe, una a Tartus, in Siria, e una a Porto Sudan, cioè a Nord e a Sud di Suez, costituirebbe una sorta di “tenaglia” sul canale che collega Mediterraneo e Indo-Pacifico. Affinché la base sia realizzata occorre stabilità e da quanto sta accadendo, sembra che il Cremlino stia attuando una doppia strategia. Frattanto, nella peggiore delle ipotesi, cioè che il conflitto non finisca a breve, pare i russi stiano puntando sul supporto non ufficiale a “Hemetti” Dagalo per mezzo della compagnia militare privata (PMC) Wagner, che come sempre permette al governo di Mosca di difendere i propri interessi senza esporsi apertamente. In quel caso i russi punterebbero sulla vittoria di uno dei due, purché al più presto sia restaurata a Khartum un’unità di comando che non ponga ulteriori intoppi alla costruzione della base sul Mar Rosso. E la scelta per Dagalo sarebbe la più scontata per i russi, avendo egli le “chiavi” delle miniere d’oro che già la Wagner sfrutta.

Le forze in campo

Secondo il Military Balance 2023, il complesso delle Sudan Armed Forces, escluse le RSF, consterebbe di circa 104.300 uomini, di cui 1.300 della minuscola Marina, sostanzialmente ininfluente nell’attuale conflitto, e 3.000 dell’Aeronautica. L’Esercito conta quindi poco più di 100.000 uomini, organizzati in 5 compagnie di forze speciali e 19 divisioni (1 corazzata, 1 meccanizzata, 1 del Genio su 9 battaglioni, 1 di fanteria di Marina e 15 di fanteria) oltre a 13 brigate indipendenti di cui 1 esplorante, 1 meccanizzata, 6 di fanteria, 1 aviotrasportata, 1 di supporto logistico e 3 di artiglieria. Gendarmeria e forze paramilitari comprendono altri 40.000 effettivi inclusa una divisione di Guardie di frontiera. Si tratta all’incirca degli stessi effettivi attribuiti attualmente alle RSF, che Dagalo ha fatto crescere in maniera esponenziale. Oggi si è concordi nel ritenere contino ormai circa 100.000 uomini, qualcuno azzarda perfino un massimo di 150.000, cioè ben più dell’esercito.

L’ombra della PMC Wagner

Fin dai primi giorni del conflitto in Occidente s’è fatta strada l’ipotesi che la compagnia militare privata russa Wagner, guidata da Evgenj Prigozhin e considerata longa manus del Cremlino per estendere l’influenza russa, fosse implicata con rifornimenti di armi e munizioni al fianco di “Hemetti” Dagalo e delle sue milizie RSF. Si pensi che miliziani Wagner, in numero stimato fra 300 e 500, sono presenti nel paese, ufficialmente come “istruttori” dei militari locali, a partire dal 2017, seguendo una tendenza comune alla regione circostante. Le foto satellitari della Maxar mostrano la probabile attività aerea di almeno un velivolo Ilyushin Il-76 russo, senza insegne, attribuito alla compagnia Wagner, che avrebbe rifornito i ribelli sorvolando il Sudan Nord occidentale dopo una complicata spola fra Libia e Siria nei giorni immediatamente precedenti e in quelli immediatamente successivi all’erompere dei combattimenti. aveva inviato in Sudan veicoli corazzati e istruttori in cambio di lucrose concessioni per miniere d’oro, ha offerto armi potenti, tra cui missili superficie-aria, ai paramilitari del generale Hamdan Dagalo.

L’oro della Nubia

Dopo la caduta di Al Bashir, una grandissima parte delle miniere d’oro è passata sotto il controllo della società Al Gunade, di proprietà di Dagalo e anche di suo fratello Abdul Rahim Dagalo, nonché di due figli di quest’ultimo, i russi hanno sempre più stretto rapporti con “Hemetti”. Come sostiene Washington, la M-Invest agirebbe in Sudan tramite una sua società locale, la Meroe Gold. Ironia dei nomi, la società è stata battezzata col nome dall’antica città di Meroe, nel settentrione del Sudan, sede attorno al 600 avanti Cristo di una civiltà notevolmente influenzata dall’Egitto dei faraoni, con tanto di piramidi, e ricca proprio grazie alle vene aurifere della zona, già note agli antichi. Del resto, ai tempi degli egizi quella regione veniva chiamata non a caso Nubia, da “nub”, cioè “oro” nella lingua dei faraoni, come a dire che le terre a Sud della prima cateratta del Nilo erano per antonomasia “il Paese dell’Oro”. La cordata M-Invest/Meroe Gold, fra l’altro, beneficia di accordi speciali per il trasporto tramite il cosiddetto 223° Distaccamento Aereo, o 223° Lyotnij Otrjad, una sorta di compagnia aerea statale russa finanziata direttamente dal bilancio federale e composta da una flotta di 33 grossi aerei da trasporto, fra cui spiccano 4 quadrigetti Ilyushin Il-76MD. Non è chiaro quanto oro estraggano i russi in Sudan, ma consideriamo che proprio pochi giorni prima dello scoppio delle ostilità fra i due generali, il 5 aprile 2023, il direttore della compagnia statale mineraria sudanese, Mubarak Abdel Rahman Ardol, ha dichiarato che “nel 2022 sono state prodotte 41,8 tonnellate d’oro”. Negli ultimi anni del regime di Al Bashir, la produzione sudanese si aggirava su oltre 70 tonnellate e in effetti si stima che l’oro che manca all’appello dei conteggi ufficiali, appunto perché estratto ed esportato sotto traccia, si attesti almeno sulle 30 tonnellate annue. Che la pubblicazione delle cifre ufficiali che evidenziano un enorme ammanco d’oro abbia preceduto di una decina di giorni lo scoppio del conflitto potrebbe non essere casuale, tenuto conto che ad approfondire il solco tra Bhuran e Dagalo può aver contribuito non solo la disputa sull’assorbimento delle RSF nelle forze regolari, ma anche una questione di eventuali mutazioni nelle “fette della torta” da spartire nel lucroso affare dell’oro. Nell’affare aurifero è bene ricordare che hanno un notevole ruolo anche gli Emirati Arabi Uniti, poiché “Hemetti”, stando a un’inchiesta di Africa Report, gestiva già dal 2021 un traffico d’oro con Dubai da circa 16 miliardi di dollari l’anno. Anzi, la città emiratina sarebbe il centro nevralgico del riciclaggio dell’oro sudanese sul mercato globale. Inoltre, l’8 febbraio 2022 “Hemetti” era stato ricevuto con tutti gli onori dal principe di Abu Dhabi Sheikh Mohamed bin Zayed, per parlare di “accrescimento dei rapporti fra EAU e Sudan”.

Mirko Molteni

L’Articolo completo è su Analisi Difesa:

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