Il caso Saman: una speranza negata e una vita spezzata

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L’uccisione, a Novellara nella bassa reggiana, della diciottenne ragazza pakistana Saman, non è solo un femminicidio. Se dalla parte dei carnefici troviamo delle donne e addirittura delle madri, è illogico credere che questo sia solo un truce episodio. Ci si ostina a tacere o a negare il ruolo dell’islam in una mentalità, distorta quanto vi pare, in cui radica l’uccisione di giovani donne, come decisione presa in ambito familiare per punire una figlia il cui comportamento sia stato giudicato di gravità incommensurabile, come è giudicato il rifiuto di un matrimonio imposto. Per chi conosce l’islam e il suo mondo, nessuna meraviglia nel ritrovarvi sacche di oscurantismo medioevale. Per chi non lo conosce temo sia tempo perso tentar di aprire gli occhi a chi per partito preso sull’islam tace, discutere di qualsiasi tema richiede che le persone a confronto sappiano di che parlano.

Ricondurre il tutto a femminicidio significa travisare l’argomento. L’uccisione della donna da parte di un uomo, spesso per gelosia e non di rado d’impeto, è l’intollerabile marchio di un maschilismo violento. La soppressione di una figlia decisa e preordinata da donne e uomini che compongono l’ambito familiare cui la “condannata a morte” appartiene, sulla base di una mentalità radicata in valori e tradizioni, cui la religione non è estranea, è un’altra faccenda. Sono delitti sulla base di “valori” o peggio “disvalori” che costituiscono l’elemento dirimente di un fenomeno criminoso. E’ sconvolgente la “coralità” partecipe di una famiglia, donne comprese, sulla base di un “Imperativo categorico” irrevocabile di tutela dell’onore collettivo del clan familiare. Altro che “familismo amorale”, che vizia certi aspetti del costume nostrano. L’immigrazione ci ha portato a contatto con fenomeni su cui tacere o negare rasenta la complicità o forse la configura, senza attenuanti. Non aiuta il tentativo di legittimare l’islam con le responsabilità del mondo cristiano, come dire: “Care donne, tutte le religioni vi hanno reso la vita difficile”. Bella consolazione, specie per quelle musulmane che hanno scelto di vivere in quello che loro stesse abitualmente chiamano il mondo cristiano, in cui hanno cercato una vita degna di essere vissuta. Che diciamo a queste donne? Guardate che anche il cristianesimo vi ha trattato male? Siete cadute dalla padella nella brace? Se alcuni passi della Bibbia e certa misoginia della peggiore tradizione cristiana non sono negabili, dovremmo per giustizia ricordare, almeno nell’anno in cui si celebra Dante, la preghiera di san Bernardo nell’ultimo canto del Paradiso: “ Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che L’UMANA NATURA NOBILITASTI SI’ CHE ‘L SUO FATTORE NON DISDEGNO’ DI FARSI TUA FATTURA”. Dante lo dice meglio di chiunque. Quale altra religione monoteista attribuisce ad una donna più alta considerazione quale quella che dà ad una donna il privilegio di generare Dio in forma di uomo? E non mi si venga a dire che di Maria parla anche il Corano perché non è la stessa Maria dei Vangeli, nemmeno anagraficamente, in quanto le vengono attribuiti genitori diversi da quelli del Vangelo e pure, come fratello, un profeta che però visse qualche secolo prima della Madonna. Inoltre la Maria coranica è una donna assai contrariata dal fatto di rimanere incinta senza lo straccio d’un marito e se ne lamenta a non finire. Leggete il Corano, per un’ operazione di verità e di informazione equilibrata.

Ma è mai possibile che ogni volta che uomini e donne si macchiano di orrendi crimini, dobbiamo per forza arenarci in contese sulle religioni come se solo nelle religioni dovessimo trovare tutte le responsabilità, in una società che è sempre più atea o agnostica. Religioni a parte, che pure c’entrano e che dobbiamo conoscere adeguatamente per giudicarne gli effetti, dovremmo esplorare gli abissi dell’animo umano e le diverse logiche che animano l’intelligenza femminile e quella maschile e le patologie psico-comunicative che ammorbano il confronto. Dobbiamo porre le condizioni educative per cui il confronto fra le due logiche, maschile e femminile, non si risolva a coltellate. Coltellate che quasi sempre confermano l’inferiorità maschile che non regge di fronte ad un uso femminile della parola, di cui la donna terrà sempre in serbo l’ultima. Le forme della comunicazione sono infinite e non includono la violenza. Chi ha la testa, la usi.

Vittorio Zedda

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