Elezioni sulla pelle delle Donne

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Ultime notizie: i media riportano che l’8 luglio il presidente Usa, dalla Sala Roosevelt della Casa Bianca, ha lanciato un duro attaccato: “Non possiamo permettere che una Corte Suprema fuori controllo ci privi dei nostri diritti. Ha esortato gli americani ad andare ai seggi per le elezioni di Midterm in novembre: “..l’unico modo per fare la differenza è: votate, votate, votate”.  Quindi è partita ufficiosamente la campagna elettorale per le elezioni USA di novembre. Sul tema dell’aborto interviene Nicola Walter Palmieri, avvocato.

Vietato l’aborto in Usa

È difficile non accettare la nozione che la creazione di vita sia un miracolo, e che le religioni, con il loro peso di saggezza antica e divina, debbano essere guida alla coscienza della donna quando questa si trova ad affrontare l’interrogativo angosciante di allontanarsi dalla vita in fieri. È però altrettanto vero che lo Stato e la religione non debbano intromettersi oltre misura nella decisione della donna: è un imperativo di civiltà (1).

Le donne scrissero l’aborto sulla loro bandiera e reclamarono il controllo sul loro corpo. Sostennero che spettava loro per legge di Natura. La discussione sull’aborto scivolò fuori di mano, si formarono due fronti, quello della vita a ogni costo, e quello della ‘correttezza’ verso la donna. Una acrimoniosa e violenta assolutezza si impadronì della folla. L’aborto divenne campo di palleggio politico. Nel tumultuoso clima che si accompagnò alla contesa, la Corte Suprema degli Stati Uniti – SCUS – entrò nella mischia e risolse imponendo il primato federale alla regolamentazione dell’aborto (Roe v. Wade, 410 U.S. 113, 1973). La motivazione della sentenza lasciò a desiderare, ma il giudicato resse per cinquanta anni (2).

Gli anti-abortisti insorsero. Occorre tutelare la vita, dissero, dal momento del concepimento. L’aborto è assassinio. Portarono in campo verità dogmatiche, ma non affrontarono le esigenze di giustizia e correttezza verso la donna. Gli Stati antiabortisti dovettero adeguarsi, ma cercarono di aggirare l’ostacolo con chicanes di ogni genere (3).

Nel 2021 si profilò il momento di svolta radicale: la SCUS si trovò impacchettata con sei giudici di nomina e credo repubblicani, e tre democratici relegati all’insignificanza. Non c’era dubbio che la nuova Corte avrebbe sfruttato la sua composizione super-maggioritaria repubblicana per sconvolgere, con sentenze politiche, gli assetti giuridici controversi. La nuova Corte esordì vietando l’accesso con telemedicina al farmaco del giorno dopo Mifepristone (RU-486), ma uscì spettacolarmente allo scoperto nel giugno 2022 con una raffica di sentenze che nulla avevano a che vedere con il diritto. Stravolse la portata del Secondo Emendamento (diritto di portare armi), pose il bastone fra le ruote al governo intenzionato a ridurre le emissioni nocive, revocò la protezione federale all’aborto (Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization): “Non esiste un diritto costituzionale all’aborto”, disse la Corte (5).

Non giova alla stabilità del diritto, serve solo per affermare bigotti fanatismi e a ulteriormente dividere un Paese dilaniato da discordia interna. La salute di molte donne sarà compromessa. Il confronto sarà insensato, categorico, fra donne che affermano il dominio esclusivo sul proprio corpo, e maschi e femmine sprovvisti di maturità civica, che continueranno a intrufolarsi in affari che non li riguardano. La Casa Bianca diramò un messaggio: “Con questa sentenza, la maggioranza conservativa della Corte Suprema dimostra quanto essa sia distaccata dall’opinione maggioritaria del Paese. Ha fatto degli Stati Uniti un’anomalia fra le nazioni sviluppate nel mondo”. Il Presidente degli Stati Uniti ha risposto con un Ordine Esecutivo (8 luglio 2022) inteso a proteggere l’accesso ad aborto sicuro e legale, in attesa che il Congresso possa legiferare definitivamente sulla materia.

La liberalizzazione dell’aborto durante il periodo di pre-viabilità è conquista di civiltà. I tentativi di soffocare lo slancio liberatorio, erodere e cancellare i diritti della donna, non avranno successo nel lungo termine. La battaglia si combatterà sul campo di principi dogmatici e fanatismo religioso da un lato, correttezza, giustizia e umanità nei riguardi della donna e della sua volontà di creare o meno nuova vita dall’altro. La claque dell’uno o altro orientamento assumerà un ruolo significativo a-giuridico, grazie alla ubiquità e inesistente verifica di fattualità dell’informazione (6).

Pre-condizione, prima di vietare l’aborto, dovrebbe essere che la società civile faccia la sua parte, che tutti si assumano le proprie responsabilità. È facile predicare santità della vita ma rimanere allo stesso tempo indisponibili ad aiutare, ritirarsi nel proprio guscio quando è il momento di mostrare i propri colori e coinvolgersi. Imperativo di correttezza, buona fede e solidarietà alla donna costretta a diventare madre deve essere che la società predisponga mezzi idonei ed efficaci per assistere la donna-madre, spesso sola, senza lavoro e senza risorse. Requisito minimo di solidarietà è la creazione di confortevoli asili di accoglienza, disponibili in numero adeguato 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana, con orari flessibili per ricevere i piccoli ospiti in modo che le madri possano ad essi affidare i loro bambini prima di recarsi al lavoro, e riaverli a fine turno lavorativo. Nel caso di madri disoccupate, la società dovrebbe attivarsi per inserire le donne-madri nel mondo del lavoro.

Nei limiti di una ragionevole cornice generale regolamentare, la decisione dovrebbe essere lasciata alla donna (anche se molto giovane) la quale la saprà prendere basandosi su coscienza, sorretta dalla fede o, in mancanza, da principi etici. È lei l’unica persona che dovrà fare i conti con la sua coscienza (e con Dio, se credente). Di regola, la donna prende la decisione giusta (7).

                 Nicola Walter Palmieri

Note:

1. Nel XXI secolo, con l’Inquisizione e altre espressioni di crudeltà spazzate via, Chiesa, legislatori e giudici dovrebbero adattarsi all’evoluzione dei costumi. 

  1. L’aborto è stato un crimine ferocemente punito nei secoli. Finalmente, nella seconda metà del 20° secolo un’ondata liberatoria trascinò gli animi, e un buon terzo degli Stati dell’Unione americana rese le sue leggi più liberali.

  2. Nelle parole della USSC: “La nostra legge garantisce protezione costituzionale alle decisioni personali relative al matrimonio, la procreazione, la contraccezione, le relazioni familiari, il crescere ed educare i figli, scelte fra le più intime e personali che una persona possa fare nella vita, centrali a dignità e autonomia. Il diritto di definire il proprio concetto di esistenza e significato dell’universo e del mistero della vita umana è centrale alla libertà”.

  3. Le donne che volevano abortire dovevano ottenere il consenso dei genitori, notificare le loro intenzioni al coniuge, vennero vietati supporti finanziari e certi metodi chirurgici per operare l’aborto (intact dilation and extraction), e vennero prescritti tempi di riflessione, obbligo di leggere libri sulla materia, guardare filmati che mostravano con ultrasuoni il feto in procinto di essere soppresso, introdussero il sidewalk counseling, assembramento di dissuasori a pochi passi dall’entrata delle cliniche d’aborto. Le donne venivano terrorizzate con argomenti infondati come quello che, interrompendo la gravidanza, si faceva nascere il bebé e si doveva vivere l’immensa crudeltà di vederlo piangere finché moriva.

  4. Insieme con Roe v. Wade (1973), che al contrario aveva affermato l’esistenza di un diritto costituzionale di avere un aborto (secondo la regola dei trimestri imposta dalla Corte), la SCUS rovesciò anche Planned Paenthood of Southern Pannsylvania v. Casey (1992), che aveva affermato il diritto della donna di abortire senza interferenza statale prima della viabilità del feto. La nuova sentenza lascia gli Stati liberi di imporre drastiche restrizioni sull’aborto anche nel periodo di pre-viabilità, potendo giungere al divieto totale dell’aborto. Numerosi Stati anti-abortisti si attivarono subito, con il risultato che gli USA si trovano di nuovo divisi su questa domanda di civiltà. Ancora una volta ha vinto la voracità di raccogliere consensi politici. Quanto al cittadino, ha vinto il denaro: chi ha i mezzi e vuole l’aborto, basta che si rechi in uno Stato liberale, vicino o lontano, mentre le donne e ragazze povere sono relegate alla loro disperazione. Dobbs è deplorevolmente una sentenza politica, emessa dal partito conservatore in toga suprema.

  5. Ricordo qualche situazione estrema nella quale la decisione di abortire avrebbe dovuto spettare esclusivamente alla donna. La violenza carnale è esempio più tragico, è affronto straziante che una donna non potrà mai dimenticare, e difficilmente superare. Vedersi ogni giorno di fronte il frutto dell’ingiuria che le è stata inferta può essere sofferenza continua e intollerabile. La donna deve avere il diritto di liberarsi di questo tormento. Sono innumerevoli gli esempi storici. I branchi di stupratori croati che auguravano alle loro vittime, donne della Bosnia, di avere figli “ustasce”. Gli Hutu che impiegarono “soldati” affetti da HIV per violentare le donne Tutsi e assicurarsi il frutto del genocidio nelle generazioni a venire. La annunciatrice televisiva Sherri Chessen Finkbine che dopo avere assunto Talidomide si rifiutò di portare avanti la gestazione di un figlio deforme e dovette recarsi in Svezia per avere l’aborto. La dodicenne sequestrata, percossa, stuprata in branco e resa incinta a Okinava da due soldati del Corpo degli U.S. Marines e un marinaio americano. La bambina di dieci anni, vittima di violenza carnale in Ohio alla quale venne rifiutato l’aborto (in giugno 2022) perché era passato di tre giorni il termine legale di sei settimane di gravidanza entro il quale l’aborto sarebbe stato permesso in Ohio.

  6. Secondo una teoria, che potrebbe avere del merito, l’eccessivo anti-abortismo americano si spiegherebbe in parte come conveniente diversivo per l’incrollabile mentalità segregazionista che sopravvive in molti politici, specialmente del Sud.

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