In merito alla vicenda apparsa su tutti i giornali [1] della richiesta di costruzione di una grande moschea a Venezia interviene Vittorio Zedda, studioso e profondo conoscitore del mondo islamico.
La comunità musulmana di Mestre attacca con una prova di forza (inaccettabile): “se non ci viene concessa la costruzione di una moschea” dicono i portavoce della comunità ” migliaia di lavoratori musulmani di questa provincia incroceranno le braccia con un danno incalcolabile all’economia locale”. Quello che sta succedendo a Mestre ha una portata dirompente, in qualche modo[2] è stato preannunciato, però è ancora più pericoloso in quanto è tuttora macroscopica l’ignoranza generale su quello che è l’islam.
Una ignoranza continuamente dimostrata in Tv dai politici (nota 1) e dai giornalisti che nelle discussioni con esponenti dell’islam, per controbattere utilizzano spesso argomenti banali mentre basterebbe aver letto il Corano per avere argomenti a iosa, per rispondere a tono. Rimando al precedente articolo su CIVICA dedicato al caso dei bambini di una scuola cattolica, nel 2025 in Veneto, portati in una moschea dai loro insegnanti, per maggiori approfondimenti sul problema. Qui, tento di sintetizzare.
L’ISLAM
Chi la considera solo una religione non ne sa niente o non ne ha capito nulla. Se avrete la pazienza di fare una lettura analitica dei sacri testi ve ne accorgerete.
CONTENUTI DOTTRINALI
Le prescrizioni e gli incitamenti a punire gli infedeli, a terrorizzarli, a sconfiggerli o annientarli possono far riflettere sulla liceità e sulla compatibilità di quei contenuti con la nostra civiltà giuridica. E non tutto può essere posto sotto l’ombrello protettivo della religione: laddove si dice che tutti gli infedeli, con particolare riferimento agli ebrei, devono essere sterminati dai musulmani prima che venga l’ultimo giorno, ci può ragionevolmente indurre a ragionare su ciò che può essere considerato religione e che cos’altro no. Anche in riferimento a ciò che insegniamo ai ragazzi sull’Olocausto. E poi ci sono le discriminazioni sulle donne e altro che qui non sto a riprendere per brevità.
LE MOSCHEE
Va fatta chiarezza: le moschee non sono l’equivalente musulmana delle Chiese cristiane. Non servono solo per pregare. Nelle moschee i “non-musulmani” non possono entrare e l’ho sperimentato di persona; la lingua che si usa in quel contesto è l’arabo, la lingua del profeta, di Allah e del Corano, che è increato ed eterno.
È possibile che agli italiani in Italia, in quanto non-musulmani, sia impedito l’accesso alle moschee. Le prediche degli imam dovrebbero essere fatte in italiano, ma la lingua sacra è l’arabo. Le donne in moschea sono poi confinate in uno spazio delimitato, celato agli sguardi maschili. Ai lettori le ulteriori considerazioni.
LA LIBERTA’ DI CULTO
Se la religione cristiana avesse certi contenuti discriminatori e violenti riscontrabili nell’islam, la nostra civiltà giuridica (e politica) ci avrebbe già portato motivatamente a porre il cristianesimo “fuori legge”. O, quanto meno, per rispettare la libertà di culto, presumo, sarebbero state espunte le parti in contrasto con il nostro impianto giuridico, consentendo i riti e le preghiere sulle quali non ci fosse nulla da eccepire. A questo proposito la preghiera rituale islamica fondamentale, desunta dalla sura Al-Fatiha contiene un anatema contro gli ebrei e i cristiani, ripetuto numerose volte ogni giorno. Quindi quella preghiera esprime un invalicabile dissenso verso il culto cristiano e quello ebraico.
Vorrei che fosse chiaro questo concetto a che sostiene che non c’è alcun pericolo: noi dovremmo garantire la libertà di culto a chi condanna ogni giorno e maledice la nostra libertà di culto?
L’INTESA CON LO STATO ITALIANO
Il permesso di costruire moschee dovrebbe, ammesso che sia urbanisticamente possibile, avvenire in conseguenza dalla stipula di un’intesa che regoli e regolamenti i rapporti tra musulmani e Stato italiano. Sappiamo che le divisioni interne all’islam non hanno consentito che la sopracitata stipula venisse formalizzata. Anche questo pone un problema in merito al quale ci siamo più volte espressi. La controparte sostiene che c’è tutto nel corano e quindi non serve altro. Per noi serve altro, anzi molte altre cose sopra appena accennate. Quanto sopra scritto tanto per cominciare a enucleare i nodi della questione. Da ciò deriveranno approfondimenti specifici come ho fatto per i bambini in moschea.
Vittorio Zedda
Dirigente scolastico in quiescenza
[1] Dal TGR RAI regionale:
“È scontro sulla realizzazione di una nuova moschea a Mestre. Dopo il no arrivato dal Comune di Venezia al progetto di un centro di culto islamico nell’area dell’ex segheria di via Giustizia, la comunità bengalese annuncia la possibilità di scendere in piazza e organizzare uno sciopero. A parlare è Prince Howlader, presidente dell’associazione “Giovani per l’umanità”, che chiede all’amministrazione di rivedere la propria posizione: “Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea – afferma – siamo pronti a scendere in piazza”. La comunità sostiene che una mobilitazione potrebbe avere conseguenze anche sul tessuto economico della città…”
Moschea a Mestre, la comunità bengalese: “Se non arriva l’autorizzazione siamo pronti a scioperare”
Si segnala che il mondo intellettuale della sinistra, la parte teoricamente più colta e informata, rappresentata da Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, esprime queste idee (al Corriere Veneto) pochi giorni fa, in una intervista:
Cacciari, nella sua Venezia la comunità bengalese vuole la moschea. Ma il sindaco Simone Venturini ha chiesto loro più integrazione, dall’abbandono dei rifiuti al «proliferare di donne coperte da un velo integrale».
«È pura barbarie, una regressione rispetto ai principi fondamentali della cultura europea, dal cristianesimo all’illuminismo. È allucinante che si misuri l’integrazione di qualcuno sulla base di come è vestito. Quelli sono i loro costumi. Le regole dell’integrazione non le decide Venturini. La regola fondamentale è il rispetto della Carta Costituzionale. La Costituzione parla di tolleranza, dell’assoluta uguaglianza dei diversi credo religiosi. C’è scritto che lo Stato deve fare ogni sforzo possibile per rendere le condizioni uguali per tutti. Un test di diritto costituzionale andrebbe fatto prima a chi fa politica».
Dopo aver letto i ragionamenti proposti da Zedda, ci si chiede cosa avrà capito Cacciari dell’islam, lui che è ritenuto uno dei migliori per il suo ruolo di filosofo, docente e rettore, oltre ad aver fatto il sindaco per tanti anni.
[2] Vent’anni fa un conoscente marocchino mi aveva avvertito, alla conclusione di una discussione che verteva sul fenomeno del terrorismo islamico. Queste, pressappoco, le sue parole che mi sono rimaste impresse nella memoria: “Voi italiani avete fatto male a far entrare gli immigrati musulmani in Italia (cioè vi siete dati la zappa sui piedi): noi non siamo qui per obbedire alle vostre regole. Noi siamo qui per comandare“. All’epoca poteva sembrare niente più che la spacconata di un millantatore. Questa dichiarazione può contare poco o nulla se la consideriamo per quella che fu, e cioè il parere, per altro assai convinto, di una persona che in quel momento rappresentava solo sé stessa. Se la consideriamo in rapporto alle conseguenze che ha avuto la presenza dei musulmani in Europa, quella frase mi sembra oggi, col senno di poi, anzitutto assolutamente sincera nel contenuto e nell’ammonimento che conteneva.
(Immagini pubblicate liberamente nel web su questo caso)