Milano: un nuovo Governo della Metropoli è possibile

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La questione del sindaco metropolitano non eletto

Il 29 aprile alla Camera è stata approvata in prima lettura la riforma costituzionale su Roma Capitale, con la modifica dell’articolo 114 della Costituzione. Una riforma presentata e voluta dal Governo. Il deputato Marattin è candidamente intervenuto dicendo “Noi, qui, stiamo cambiando la Costituzione dando poteri legislativi a Roma – ed è una cosa importante – quando il dibattito su cosa fare delle due grandi città di dimensione europea, Roma e Milano, non l’abbiamo mai fatto. Io ricordo che quando istituimmo le città metropolitane, nel 2015, ci fu questo dibattito: se dovevano essere solo Roma e Milano o, anche, Napoli. Alla fine ne abbiamo fatte 14 di città metropolitane e non ha funzionato quell’esperimento.”
Il testo alla fine è passato ma, ad esempio, il PD ha visto l’insostenibilità del pasticcio e si è astenuto. La riforma concede, come fosse una mancia, ai soli capoluoghi metropolitani poteri e funzioni maggiorate. Qualche mese prima è stata approvata un’altra legge costituzionale di modifica dello statuto del Friuli che concede il ripristino dell’elettività degli enti ad area vasta, Province e Città metropolitane, nonché del numero dei consiglieri regionali a 49. Il Parlamento appare tirato da esigenze contrastanti, che non considerano le moderne Metropoli come sistemi integrati molto complessi, che richiedono una capacità di “governo” politica adeguata. In Italia, dal 2015,  sono guidate da moderni ‘podestà’ investiti della carica quasi per caso. Un anno prima il Parlamento aveva approvato una riforma dedicata alle province e alle città metropolitane, che voleva essere il primo tassello della grande riforma sia elettorale che della Costituzione, con l’eliminazione del bicameralismo perfetto e la revisione del titolo V e la riduzione degli enti territoriali intermedi. Con la legge 56/2014, Delrio aveva attuato il declassamento delle province, portandole a enti di secondo ordine, con l’istituzione delle città metropolitane nella trasformazione delle Province in enti serventi del Comune capoluogo. Nelle aree metropolitane viene eliminato il presidente e, per legge, diventa sindaco metropolitano il sindaco del capoluogo, amministratore pubblico con due fasce (tricolore e azzurra). Una situazione bizzarra, visto che solo i cittadini del capoluogo incidono sulla scelta del Sindaco metropolitano. Oltre la metà dei cittadini metropolitani non vive nel capoluogo, per cui nessuno di questi partecipa, neppure indirettamente, all’elezione del sindaco metropolitano. Una scelta non in sintonia con l’uguaglianza del voto (art. 48 Cost.), giustificata come temporanea in attesa della Grande riforma costituzionale che avrebbe risistemato i vari livelli di governo. Riforma che vede la luce due anni dopo, nel 2016. Sottoposta a referendum confermativo il 4 dicembre 2016, è bocciata dagli elettori. Anche la Consulta due mesi dopo abrogherà quasi tutta la riforma elettorale (Italicum) per cui sfuma tutto il quadro di riferimento che aveva motivato la legge Delrio. Il successivo governo ha preferito non intervenire, come quelli che si sono succeduti. Una situazione provvisoria che si è protratta, elezione dopo elezione, per anni.  Milano ha così attivato un controllo sui comuni foresi metropolitani, in continuità con la sua storica espansione verso i comuni confinanti, come l’inglobamento di undici comuni del 1923. Una specie di annessione soft, un predominio di palazzo Marino su tutta la metropoli, con la spoliazione di palazzo Isimbardi, sede della ex-Provincia, ridotto a luogo di riunione di organi collegiali eletti in secondo grado, formati da “dopolavoristi”, cioè da consiglieri che svolgono nel tempo libero la loro attività, essendo incarichi impegnativi ma a titolo gratuito.

 

Una soluzione evidentemente “provvisoria” che però dopo anni sta ancora lì, in piedi, segnata da un conflitto di interessi palese: il sindaco di Milano risponde ai suoi elettori, circa un milione, ma non  al milione e mezzo di elettori dei 132 comuni metropolitani.  In questi ultimi anni sono intervenuti due eventi: il primo, proveniente dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 240/2021, ha riconosciuto l’esistenza di un ‘vulnus’, una ferita ai principi democratici con il sistema attualmente in vigore, non rispettoso dei principi di eguaglianza del voto e di responsabilità politica degli eletti verso gli elettori. Una ‘sentenza monito’, che non ha potuto annullare tale parte della legge Delrio, poiché esistono diverse possibili soluzioni per rimediare a questa distonia: elezione diretta, elezione indiretta di secondo grado, meccanismi fiduciari tra consiglio e sindaco ed altro. Il Parlamento si è messo al lavoro per sanare la situazione, lavorando su varie proposte (Valente-Mirabelli, Lollobrigida-Silvestroni ecc…) che coinvolgono sia le province che le città metropolitane, fino ad arrivare ad un testo unificato, con problemi complessi da dipanare, costi rilevanti, per cui tutto si è arenato.

Di questo si è trattato nei due incontri promossi dall’ISPG-Istituto Studi Politici Giorgio Galli e dal Circolo De Amicis a Milano insieme con Roberto Biscardini, che si sono tenuti a febbraio e aprile scorso. Nell’ultimo incontro del 10 aprile (interamente registrato da Radio Radicale) il costituzionalista Stefano Ceccanti ha riconosciuto che l’attuale modello non sta in piedi, essendo stata tolta l’elettività, ed ha proposto una revisione completa con l’abolizione del Comune capoluogo a favore dei Municipi, ripristinando l’elettività della Città metropolitana. Una soluzione legislativa molto radicale, che difficilmente potrebbe trovare consensi alle Camere. L’ISPG, Roberto Biscardini, Franco D’Alfonso, Fabrizio De Pasquale, Polistena, Rocca, Bettinelli, Piscina, Mancino e altri hanno auspicato una soluzione più semplice, meno invasiva, che la legge Delrio consente. C’è una possibile soluzione per le due principali Città metropolitane – Milano e Napoli, le uniche che superano i tre milioni di abitanti e che si possono definire “metropoli” – con un percorso alternativo molto più semplice tramite un’apposita legge elettorale metropolitana, per l’elezione diretta del sindaco metropolitano. Comunque, una legge ci vuole, possibilmente semplice. Una Proposta di legge esiste già, era stata sostenuta da un Comitato promotore (molto trasversale, composto da vari politici milanesi come Biscardini, Alparone, Osnato, Cappato, Civati ecc…), supervisionata da Felice Besostri e Giorgio Galli, poi presentata come L.I.P., legge di iniziativa popolare nel 2015, depositata in Cassazione, sulla quale erano state raccolte molte firme. Una soluzione legislativa decisamente agile, comprensibile visto che sta in una pagina, da adattare ai tempi attuali, che potrebbe essere approvata dal Parlamento in tempo per il prossimo turno elettorale delle amministrative del 2027. Tra un anno Milano sceglierà il suo nuovo primo cittadino, che rischia di essere il terzo sindaco metropolitano in palese conflitto di interessi. Ci saranno anche le elezioni politiche, per cui il voto metropolitano potrebbe svolgersi in uno dei due appuntamenti, con le spese organizzative coperte senza impedimenti economici. Gli elettori dei comuni metropolitani finalmente saranno coinvolti per eleggere il loro sindaco metropolitano, insediando a palazzo Isimbardi un riferimento autorevole per i 133 Comuni. Una carica che ridiventa rilevante nel panorama istituzionale, libera e contendibile, si spera tra politici ben preparati a tale delicato ruolo.

Daniele V. Comero

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