GLI ORI PERSIANI

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L’Iran in questi ultimi anni ha accumulato oro in modo sostenuto, una mossa strategica per proteggersi dalle sanzioni occidentali e da un possibile conflitto militare. Il regime iraniano ha compreso, quello che il Venezuela ha imparato troppo tardi, che l’oro è una riserva di valore trasferibile e stabile. Si tratta di sofisticate operazione di elusione delle sanzioni occidentali, con miliardi di dollari spostati attraverso transazioni in oro, coinvolgendo alti livelli del governo turco e con sospetti anche sul presidente Erdogan. L’Iran sembra aver operato con tassi di cambio multipli e un vasto mercato nero per valuta e oro. Con la disintegrazione della sua moneta (il Rial, ad opera delle sanzioni USA) ormai privo di valore, gli iraniani si affrettano a convertire risparmi in dollari, oro o criptovalute, riducendo ulteriormente la liquidità del Rial. In più, l’aumento della domanda di oro è alimentata dalle prospettive di guerra in Europa e dalla domanda di molte Banche Centrali, in particolare la Banca della Cina, che sta vendendo le sue riserve in dollari per acquistare oro. Secondo il World Gold Council, l’Iran è tra i maggiori consumatori di oro a livello mondiale nei primi nove mesi del 2025, superato solo da Cina, India, Stati Uniti e Turchia. Un dato significativo, considerando il collasso economico iraniano.

L’amministrazione Obama era a conoscenza di questo piano, ma ne ha deliberatamente permesso la prosecuzione. Poteva trattarsi di un tentativo americano di convincere l’Iran a firmare un accordo sul nucleare. I negoziati clandestini con l’Iran erano iniziati nel luglio 2012, quando il commercio di oro stava accelerando. Tra luglio 2012 e luglio 2013, l’amministrazione Obama ha permesso all’Iran di acquisire oro per un valore di 6 miliardi di dollari grazie alla mancata applicazione delle sanzioni. Sembra accertato il coinvolgimento della Turchia nella compravendita dell’oro. Una manna la mancata applicazione delle sanzioni, vista dalla amministrazione Obama come un’opportunità per convincere i leader iraniani a proseguire i negoziati clandestini. Se il regime iraniano oggi sostituisse la valuta svalutata con una versione garantita dall’oro, potrebbe mantenere il potere per un certo periodo (non oltre il 2027). La guerra nel Medio Oriente non sembra attenuarsi, gli Stati Uniti con Israele hanno colpito i siti nucleari iraniani il giugno scorso, operazione denominata “Martello di Mezzanotte”. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che sono stati arrecati “danni monumentali” ai siti nucleari iraniani e Israele continua a minacciare le infrastrutture nucleari e militari iraniane.

Forse si è alla fase finale del governo teocratico dell’Iran, con un possibile rovesciamento del governo degli Ayatollah, che lottano per la loro sopravvivenza. Questo li porta ad essere più autoritari, con violenze delle forze di sicurezza contro i manifestanti, come accade spesso nei governi in declino economico. Intanto, alcune zone di Teheran subiscono razionamenti idrici di ore, per via della siccità cronica, mentre altri distretti sono colpiti da blackout elettrici a rotazione. Per la maggior parte delle persone, il problema non è più solo il costo della vita, ma la crescente precarietà della vita. Entro l’8 gennaio, proteste e scioperi si erano diffusi in tutto il paese, con manifestazioni in tutte le 31 province – molte delle quali già colpite dalla carenza idrica del 2025 e da anni di povertà – insieme a crescenti interruzioni di Internet e blackout. Le condizioni di vita della popolazione, con la repressione dei Guardiani della Rivoluzione, il crollo della moneta che peggiora ogni giorno, a parte l’oro che non serve per fare la spesa, forma un cocktail esplosivo che in questi casi prelude alla frammentazione dello Stato unitario, con la formazione di varie unità territoriali anche etniche, indipendenti. Non si capisce ancora quale sia la moneta corrente in Iran. Il Rial vale zero, le famiglie hanno accumulato valuta estera negli anni passati, principalmente dollari e oro fisico. Si hanno notizie di fughe di capitali privati dal Paese, principalmente attraverso la Turchia e Cipro. Le entrate dello Stato per la vendita di petrolio sono principalmente in Yuan cinesi, che tengono su la situazione delle spese statali. Il punto è capire come saranno pagate le milizie, i Pasdaran, i militari e la polizia.

Una liquefazione delle retribuzioni delle forze di sicurezza è più pericolosa per il Governo di una rivolta dei cittadini. In Europa si ricorda il frazionamento sanguinoso della Jugoslavia negli anni Novanta innescato dalla profonda crisi monetaria del dinaro e dalla morte, poco prima, del Maresciallo Tito, garante della unità del Paese. Così anche l’Iran potrebbe smembrarsi in varie unità territoriali dopo la morte dell’Ayatollah, la Guida Suprema, ormai attorno agli 86 anni.

 Fabrizio Gonni

ingegnere, MBA Bocconi, componente dell’Istituto Studi Politici Giorgio Galli

Nella foto in copertina: Trump, l’erede della Scià e l’ Ayatollah

 

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IL DEFAULT DELLO STATO IRANIANO

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