La rivolta in Iran ha la solita spiegazione presa dal manuale, come fosse un mantra: “In Iran è il momento della lotta per la Democrazia contro la Dittatura “. Ma, non è così, le rivolte sono una lotta disperata della gente per la sopravvivenza, economica, con uno Stato vicino al fallimento. Facciamo un passo indietro al 28 dicembre 2025 quando crolla la moneta nazionale, il rial, scoppia la protesta dei commercianti al Gran Bazar di Teheran, rapidamente evoluta nella più grande ondata di disordini. Il giorno dopo Il Giornale titola “Crolla la moneta e chiude il Grande Bazar, bufera in Iran: rivolta della piazza contro il regime” e sottolinea che il rial ha toccato nei giorni scorsi una quotazione di circa 1,38 milioni per un dollaro, con punte segnalate fino a 1,44 milioni, vuol dire 1,7 milioni di rial per un nostro euro. Non è semplicemente un’ondata di malcontento, sono molteplici pressioni economiche e cicliche che raggiungono simultaneamente una massa critica sui cittadini. Le proteste dei commercianti al Gran Bazar di Teheran sono scoppiate perché l’economia non gira, manca la ‘fiducia’. I commercianti chiudono i negozi che non possono più funzionare, per lavorare, devono fare affidamento su prezzi e fatturato stabili. La continua debolezza del rial, la volatilità del mercato valutario e l’elevata inflazione hanno reso impossibile stabilire i prezzi delle scorte o fare acquisti di merci in modo redditizio. I margini di guadagno svaniscono da un giorno all’altro, per cui i commercianti chiudono i battenti. Lo Stato ha intensificato la riscossione delle tasse, i controlli e le valutazioni retroattive sui commercianti del bazar, con il deterioramento dei conti pubblici. Quando il commercio è già in calo, tale pressione è percepita come una confisca tramite tassazione, avendo già poche entrate.
I numeri economici raccontano del deprezzamento catastrofico della valuta iraniana, che ha perso quasi la metà del suo valore rispetto al dollaro solo nel 2025, accelerando da 820.000 rial di un anno fa a 1,42 milioni di rial per un dollaro a fine dicembre. Questa non è una inflazione, è la disintegrazione monetaria. Le statistiche del governo rivelano un’inflazione che ha raggiunto il 42,2% a dicembre 2025. La storia insegna che i governi non cadono quando le persone sono perennemente povere, ma quando un rapido deterioramento distrugge[1] la loro capacità economica e la sopravvivenza. Hanno creato le condizioni perfette per un cambio di regime.
La tradizionale colonna portante dei mercanti della società iraniana, i bazar, non può funzionare quando la volatilità della valuta rende impossibile la determinazione dei prezzi. Sono gli stessi commercianti che hanno contribuito alla rivoluzione del 1979. Quando chiudono i loro negozi e scendono in piazza, come hanno fatto dal 28 dicembre, si capisce che il sistema economico è in crisi. I manifestanti scandiscono “Morte al dittatore“, “Pahlavi tornerà” oppure “Né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran“, rifiutando apertamente le priorità di politica estera del governo, con messaggi talvolta monarchici ma soprattutto anti-regime. Un cambiamento fondamentale dopo che il regime ha trascorso decenni a costruire reti militari esterne – Hamas, Hezbollah, varie milizie sciite – a un costo enorme per il tesoro iraniano. La popolazione ora dichiara apertamente di rifiutare l’intero quadro strategico. Chiedono al loro governo di dare priorità al benessere interno rispetto all’egemonia regionale. La repressione del governo è stata significativa. Molte persone sono state uccise, tra cui agenti di sicurezza, ricordando la sanguinosa repressione del 2019. Il presidente Pezeshkian ha riconosciuto le “legittime richieste” dei manifestanti e ha promesso dialogo, in contrasto con l’approccio del pugno di ferro degli anni precedenti. Nel frattempo, il regime continua la sua campagna di intimidazione[2]. Questa rappresenta il classico schema autoritario: fare di pochi un esempio per terrorizzare i molti. Ma c’è un problema con questa strategia: funziona solo quando le persone hanno ancora qualcosa da perdere. Quando la sopravvivenza stessa delle persone diventa incerta a causa del collasso economico, l’effetto deterrente diminuisce rapidamente. Tra l’altro l’Iran sta affrontando una crisi ambientale esistenziale. Venti province hanno sofferto la peggiore siccità del Paese in oltre 40 anni. Il presidente Pezeshkian ha apertamente proposto di evacuare parte della capitale Teheran per alleviare la pressione sulle scarse risorse idriche. Questo non è un problema che può essere risolto con la politica monetaria o la forza militare. I cicli climatici interagiscono con i cicli politici e l’Iran è intrappolato in una morsa. I Persiani di 3000 anni fa erano famosi per l’invenzione dei qanat (acquedotti sotterranei) che sono la testimonianza della lunga lotta dell’Iran contro l’aridità e del suo ingegnoso[3] adattamento alla scarsità d’acqua.
Al centro di questo vortice si trova la Guida Suprema, l’86enne Ayatollah Ali Khamenei. La sua morte o la sua rimozione rappresentano un punto di svolta critico. La questione non è solo la successione, ma quale forma assumerà questa crisi e se il sistema[4] riuscirà a superarla. Gli indicatori economici suggeriscono che si sta avvicinando a una soglia critica. I bilanci pubblici che ammontano a quadrilioni di rial indicano la completa disintegrazione della disciplina monetaria. La chiusura dei commercianti dei bazar segnala la totale perdita di sostegno della classe media. L’adesione degli studenti alle proteste significa che la classe istruita si è trasformata. Le vittime delle forze di sicurezza suggeriscono crepe nella lealtà al regime. Il regime affronta contemporaneamente crisi economiche, ambientali e politiche, con una leadership vecchia e un piano di successione inesistente. La popolazione ha superato la soglia psicologica che separa la richiesta di riforme da quella di sostituzione. Tuttavia, le rivoluzioni non seguono tempi lineari. Il regime dello Scià sembrava stabile finché improvvisamente non lo fu più. L’Unione Sovietica sembrava permanente finché non svanì. Queste transizioni spesso avvengono più velocemente una volta superate le soglie critiche. L’Iran è stato spinto in un periodo in cui un cambiamento radicale diventa sempre più probabile. Non si può prevedere cosa succederà e quanto caotica sarà la transizione. La valuta è in caduta libera e porta al fallimento dello Stato.
Le Potenze mondiali sono pronte ad agire. La storia suggerisce che queste combinazioni raramente terminano pacificamente. Si intravede chiaramente la caduta del regime e la “libizzazione“ del Paese. Gli USA, dopo anni di insistenza, hanno ora un altro motivo per intervenire: “Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro consuetudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo armati e pronti a partire“.
Fabrizio Gonni
ingegnere, MBA Bocconi, componente dell’Istituto Studi Politici Giorgio Galli
Fonti : Newsletter Armstrong Economics, Newsletter Socrates
Immagine di copertina rielaborata da www.lacnews24.it
[1] La Guerra dei Dodici Giorni, il conflitto con Israele del giugno 2025 ha fatto da acceleratore. Il programma nucleare iraniano è stato preso di mira, con impianti colpiti sia da Israele sia dagli Stati Uniti. Non si è trattato solo di una battuta d’arresto militare: ha mandato in frantumi la strategia di deterrenza regionale dell’Iran e ha innescato il meccanismo di reintroduzione delle sanzioni ONU. La crisi valutaria, che si stava sviluppando da anni, si è improvvisamente aggravata.
[2] Secondo quanto riferito, le esecuzioni sono raddoppiate nel 2025 rispetto al 2024, con gli attivisti che sostengono che quest’ondata mira a instillare paura e reprimere l’opposizione. Dal dicembre 2022, le autorità hanno giustiziato molte persone in relazione alle proteste seguite a quelli che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come processi farsa basati su confessioni estorte con la tortura.
[3] Gli storici sostengono che il declino di alcune antiche città e civiltà iraniane sia collegato alla siccità. Il sistema dei qanat rappresentava per millenni un’ingegnosa soluzione antica alla sfida della scarsità d’acqua in questa regione. Si trattava di acquedotti sotterranei, costituiti da una rete di pozzi verticali simili a pozzi interconnessi da gallerie in leggera pendenza, che sfruttavano le falde acquifere per il sostentamento delle comunità. Le cronache storiche descrivono sofferenze estreme con una rilevante riduzione della popolazione. Alcuni resoconti indicano che in regioni come Isfahan la mortalità era così alta che non c’erano abbastanza persone da seppellire i morti. Gli storici dell’epoca riportano anche resoconti di cannibalismo e carestia in città come Shiraz, la capitale degli Zand. La carestia causò un grave calo demografico, spopolando i villaggi e interrompendo l’agricoltura e il commercio per anni. Indebolì gravemente la stabilità e le risorse della dinastia Zand. Questo evento è riportato in diverse cronache persiane dell’epoca Zand e successiva Qajar, così come nei resoconti dei viaggiatori europei e degli agenti della Compagnia delle Indie Orientali di stanza nel Golfo Persico. Storici moderni come John R. Perry hanno analizzato queste fonti per confermare la portata della carestia.
[4] Esaminando lo schema storico si notano le proteste studentesche del 1999, Movimento Verde del 2009, proteste per il carburante del 2019, rivolta di Mahsa Amini del 2022-2023 e ora dicembre 2025. La frequenza accelera: gli intervalli tra grandi disordini si stanno accorciando. Questo è il classico comportamento ciclico pre-rivoluzionario.