Fino al 2023 fra i vertici politici americani e atlantici europei era diffusa un’indagine “predittiva” dell’Atlantic Council (un’importante think tank americano) che anticipava che la Russia sarebbe diventato uno “stato fallito”, o si sarebbe disintegrata verso il 2030. L’ipotesi[1] del rovesciamento del presidente russo è stata sottoscritta da figure politiche di spicco a Washington dal 2014. Basti ricordare l’influente senatore repubblicano Lindsey Graham e il suo invito a “far fuori Putin”, e si ricorda la recente frase dell’ex presidente Biden “Per l’amor di Dio, quest’uomo [Putin] non può rimanere al potere”. Il grande pubblico europeo e italiano ha scoperto che tutte queste dichiarazioni, analisi e aspirazioni di un possibile cambio di regime a Mosca, o addirittura di una disintegrazione della Russia, sono apparse su giornali e TV solo dal 2022, in parallelo all’invasione russa dell’Ucraina, mentre negli anni precedenti erano tutti contenti, si comprava il gas a basso prezzo e l’export in Russia andava molto bene.
Questa aspirazione a rovesciare il governo di Mosca, con smembramento della Russia, invece non era nuova all’interno dell’establishment americano. Si tratta di idee che sono rimaste vive fra i decisori e gli strateghi di Washington dai tempi della Guerra Fredda, continuate anche dopo il crollo del blocco sovietico. Questa sembra essere stata la linea strategica della Amministrazione Biden, degli alleati europei[2] della NATO, che hanno operato direttamente dalla base tedesca di Wiesbaden contro le forze russe, con un enorme supporto diretto di intelligente, comando e controllo delle azioni dell’esercito ucraino. L’entità di tali operazioni è stata riportata in un copioso dossier pubblicato dal New York Times. Dal 2010 l’Ucraina è diventata il paese preferito per l’incubazione di un attacco destabilizzante antirusso (piazza Maidan, con vittime e sparatorie, nel 2014). Nella popolazione esiste una forte rivalità fra i vari gruppi, esattamente come negli anni 1990 esisteva una rivalità in Jugoslavia, dove Serbi, Croati e Bosniaci si odiavano fra di loro. Le popolazioni ucraine del nord ovest, nelle zone attorno a Leopoli condividono un forte spirito di indipendenza nazionale. Queste popolazioni mirano a maggiori contatti con l’Europa. Al contrario il territorio a oriente del fiume Dnepr annovera una popolazione prevalentemente di etnia slava russa.
Da questa situazione[3] nasce un odio profondo fra due settori della popolazione, quello occidentale nazionalista e quello con base culturale russa. La guerra civile interna fra i russofoni del Donbass e nazionalisti è una delle cause dell’Operazione Speciale russa. L’altra ovviamente fu la sollecitazione politica all’Ucraina di entrare nella NATO, il che avrebbe significato un avanzamento a 350 km da Mosca. Si rilevano forti analogie con i vari conflitti balcanici fra popolazioni rivali. Questa guerra civile coinvolge la Nato a favore di una parte e la Russia a favore dell’altra, come ha coinvolto la NATO in Jugoslavia, contro la Serbia, che non poté reagire. Senza voler fare ipotesi sulla futura soluzione – militare o diplomatica – della guerra in corso in Ucraina, parlare della Russia come Stato avviato al fallimento sembra solo una posizione ideologica delle élite finanziarie, bancarie oltre che strategiche militari, con molti esponenti di rilievo che si attaccano a questa idea. La Russia ha un PIL analogo a quello dell’Italia. L’Ucraina, nel 2022 aveva un PIL ufficiale di circa 200 miliardi, che diviso 40 milioni di abitanti, la portava a un PIL pro-capite inferiore a quello del Montenegro (probabili attività nascoste, oltre a una corruzione endemica). Di fatto, sembra che oggi, se la guerra finisse e si stabilisse una pace, l’Ucraina con le sole sue forze produttive, potrebbe produrre un PIL di soli 100 miliardi, il che vorrebbe dire tornare la Novecento o innescare una emigrazione di 30 milioni di persone in Europa, lasciandone sul territorio solo 10 milioni. Si nota anche che la coalizione NATO occidentale, non sta benissimo, sembra più a rischio di fallimento della stessa Russia. Gli USA hanno il Debito Pubblico Federale pari al 115% del PIL, e aggiungendo i debiti privati di aziende e famiglie, il debito complessivo sarebbe circa il 250% del PIL; per questo motivo Trump è disperato e applica dazi forsennati per limitare le importazioni di beni e prodotti dall’estero. L’Europa non va molto bene: l’Italia ha un Debito del 130% del PIL, il che vincola iniziative e investimenti produttivi e impedisce una riduzione fiscale per aziende e cittadini. La Francia ha un Debito del 122 % del PIL, con un elevato tasso sul debito quasi il 5%, ma il punto è la traiettoria economica del Paese: ha una maggiore spesa sociale, il 31,2 % del PIL. Seguono Belgio, con il 28,9%, Finlandia con il 28,7% e l’Italia con il 28,2% del PIL. In Eurozona la media è del 26,5 del PIL. In Francia, oltre alla Sanità pubblica, le pensioni sono generose, vi sono bonus per la natalità, forti sussidi alla disoccupazione e varie altre voci. I francesi difficilmente vorranno accettare politiche come quelle che gli italiani hanno subito con il Governo Monti. Per non parlare degli inglesi, che hanno appena commissariato il ministro delle Finanze, il Cancelliere dello Scacchiere e si avviano a un declino industriale e riduzione del PIL. La Germania va meglio come Debito Pubblico, il 63% del PIL, ma con le scelte forsennate della transizione verde i governi di coalizione popolari-socialisti hanno massacrato molte industrie redditizie in favore di progetti ideologici, il che fa prevedere una recessione continua nei prossimi anni e incremento della disoccupazione. Insomma, sembra che non ci sarà più il lavoro per tutti, come negli anni della Merkel. Inoltre, occorre considerare chi detiene i Titoli di Debito: in Italia la maggioranza è in possesso di privati risparmiatori e Banche Italiane, ma per Francia, UK e Germania, non è così, la maggioranza è in mano a Banche e Fondi internazionali, insomma se un giorno BlackRock si svegliasse e vendesse gli OATS, la Francia diventerebbe peggio della Grecia degli anni 2010.
In quanto al PIL di un Paese, occorre anche vedere da cosa è composto: per la Russia deriva da export di materie prime e idrocarburi, da industria meccanica nazionale, oggi impegnata nella produzione bellica, con il rublo che si è rivalutato del 30% sul Dollaro, l’interesse sul Rublo è alto, l’inflazione è del 9%, ma ci sono gli export di materie prime che fanno sempre cassa. IL PIL di un paese occidentale è composto da industria, spese dello stato, commercio, import export e una grande quantità di servizi. Confluiscono nel PIL servizi come i parrucchieri per signora. È diverso dal produrre principalmente armi da esportazione, gas, minerali e petrolio che fanno sempre cassa. Ogni Paese Europeo, come pure gli USA, è costretto a pagare decine o centinaia di miliardi sugli interessi del Debito accumulato. Insomma, non si capisce come Paesi che viaggiano sul filo del rasoio del Debito pubblico, possano fare altro debito per realizzare e acquistare armamenti, sia prodotti in casa, sia comprati dagli USA, aggravando la bilancia commerciale (la spesa bellica è a Debito dello Stato). È questa situazione economica che trasmette ai cittadini un forte senso di insicurezza e vacuità della politica dei governi Europei e USA, con l’idea che il crollo dei Debiti Sovrani sia di nuovo dietro l’angolo. Invece, il crollo finanziario della Russia sembra più lontano, per cui parlare di interventi militari contro la Russia, essendo pieni di debiti, sembra uno slogan velleitario dei “Paese volenterosi”.
Fabrizio Gonni
ingegnere, MBA economia aziendale. Componente ISPG – Istituto Studi Politici Giorgio Galli
mail: gonni@istitutostudipolitici.it
[1] Molti esperti del Think tank anticipavano la data del fallimento della Federazione Russa al 2028.
Questa previsione sembrava sopratutto essere un auspicio, diffuso non solo fra i think tank ma anche fra i politici americani. Nei primi anni 2014 – 2018, molte delle principali pubblicazioni (riservate) di politica estera statunitensi, riportavano vari studi di analisti politico strategici che insistevano sulla necessità di “indebolire” la Russia, sulla possibilità di un cambio di regime a Mosca, sulle prospettive di una Russia senza Putin, sulla necessità di “decolonizzare” la Russia, considerata come un impero da smantellare, e sugli scenari della disintegrazione della Federazione russa, che avrebbe creato Stati minori , facili da controllare dagli USA e dai Paesi Nato europei.
Su varie riviste specialistiche (ad esempio Foreign Policy), si accennava anche ai servizi di intelligence americani e britannici che operavano in Russia come altrove (Cina, Iran) per facilitare malcontento e disordini, per reclutare dissidenti e compiere azioni di sabotaggio in vista di un possibile cambio di regime.
[2] Sembra che, ancora oggi, lo scopo principale della NATO europea sia di creare, con il supporto di operazioni e materiali militari, situazioni in Russia che possano essere di reazione verso Putin, e un preludio allo smembramento, o l’apertura di nuovi fronti, come Moldavia e Georgia.
[3] Nel 1941, quando la Wehrmacht Hitleriana attaccò Russia e Ucraina, i nazionalisti ucraini, con ispiratore Stephan Bandera, si unirono alle forze tedesche, con l’idea di liberarsi dai Russi sovietici, creando un nuovo Paese. Ancora oggi i nazionalisti accusano i russi della strage per carestia negli anni ’30, ai tempi di Stalin, l’holomodor, (quando i piccoli contadini furono spogliati per l’idea sovietica dei kolkoz collettivi); peccato che la gente morisse di fame non solo in Ucraina, ma in tutta l’Unione Sovietica, con una agricoltura collettivista miseranda che anche fino agli anni Settanta era costretta a importare grano dagli USA.