ALCUNE NOTE SUL PASSAGGIO DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

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Per aspera ad Astra?” Nel numero due, in edicola, del periodico “Astra” l’astrologa Rossana Mondoni e Daniele Comero, politologo, propongono un nuovo “Tema Natale” della Repubblica Italiana. Opera non facile, viste le molte difficoltà, s’intende, a cominciare dall’indicazione esatta della sua nascita. Quali furono il giorno e l’ora dell’“evento” – lieto per gli uni, meno per gli altri – che mutò la “forma” dello Stato d’Italia e sostituì lo scudo sabaudo con il pentalfa? L’80° del “cambio” (da datare esattamente, appunto) è occasione propizia, ma per ora in gran parte sprecata, per un giudizio sereno. Il 2 giugno – giorno convenzionalmente adottato quale “festa della Repubblica – è stato salutato dalle cerimonie di rito, dall’esaltazione della funzione pentecostale e salvifica della nuova forma dello Stato e dalla veemente condanna retroattiva di quella precedente[1]. Anche i libretti[2] proposti a corredo dai maggiori quotidiani a ridosso del 2 giugno scorso non hanno colto l’opportunità di una sintesi chiara né elementi per una riflessione pacata. Vi si legge che «il più bel testo che la nostra storia repubblicana abbia partorito ha richiesto solo sette mesi di gestazione». La Carta nacque dunque “settimina” e con poteri taumaturgici? «I capolavori – aggiunge Greco – si creano così. Per folgorazione!» La verità, come noto, è ben altra. L’Assemblea costituente ne affidò la redazione a una Commissione di settantacinque componenti, presieduta dal prestigioso Meuccio Ruini, che si ripartirono in sottocommissioni. I lavori preparatori iniziarono nel luglio 1946. La loro “bozza” fu discussa in Assembla plenaria dal 4 marzo al 22 dicembre 1947. I Costituenti lavorarono sodo e complessivamente bene: ma impiegarono il doppio del tempo indicato da Greco[3]. Ciò che più sorprende della “Costituzione per tutti” proposta da Greco è il silenzio tombale riservato alle Disposizioni transitorie e finali della Carta, tra le quali solitamente vengono ricordate, a ragione, la XII («È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista») e la XIII («I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex Re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale […]». Altrettanto importante è la V Disposizione. Essa recita: «La disposizione dell’articolo 80 della Costituzione, per quanto concerne i trattati internazionali che importano oneri alle finanze o modificazioni di legge, ha effetto dalla data di convocazione delle Camere.» Il “senso” della norma era far ricadere la sottoscrizione del Trattato di pace (molto punitivo) sulla Costituente anziché sul Parlamento eligendo nel clima arroventato dalla guerra fredda. La gravosissima rettifica del confine orientale e la definitiva rinuncia a Zara, Pola, Fiume, alla penisola d’Istria e a mezza Gorizia avrebbero avuto ben altro impatto nel 1948, nell’ambito della contrapposizione netta tra filo-americani e filo-sovietici o tra patrioti e negatori del Risorgimento. Altrettanto rilevante politicamente fu la III Disposizione, che determinò la nomina di 108 senatori “di diritto” e la conseguente riduzione di quelli eleggibili alla prima legislatura, con ripercussione sul Senato, ove la DC non ebbe la maggioranza assoluta, conseguita alla Camera dei deputati, e fu costretta a formare un governo di coalizione non per generosità ma per necessità.

Il “cambio” della forma dello Stato non segnò la “svolta” decantata in queste settimane da quanti identificano la repubblica con l’avvento della democrazia e viceversa. L’Italia del 1946 era già uno Stato democratico[4] per effetto delle leggi varate nel corso degli anni, prima e dopo il nefasto regime fascista (1925-1943). Lo scrivono oggi Comero e Mondoni a commento del citato “Tema Natale” della Repubblica sulla base dello scritto di Mario Bracci, esponente del partito d’azione, che ne scrisse una memoria a caldo: “Storia di una settimana, 7-12 giugno 1946”, pubblicata in “Il Ponte”. Ma, dunque, quando e come avvenne il “cambio”? In sintesi, a norma del Decreto legge luogotenenziale 23 aprile 1946, n. 219 sullo svolgimento del referendum e la proclamazione dei suoi risultati, Giuseppe Pagano, presidente della Corte Suprema di Cassazione, constatato il 10 giugno che gli esiti dello scrutinio erano ancora incompleti, convocò una seconda adunanza per le ore 18 del giorno 18. In un clima di sospetti di oscure trame monarchiche e di nervosismo crescente dei fautori della repubblica, il governo, compattamente repubblicano, a eccezione di Leone Cattani, sedette quasi in permanenza sino a quando, alle 0:15 del 13, esso «conferì l’esercizio delle funzioni di capo dello Stato al presidente del Consiglio», che le accettò. Una usurpazione. Il seguito è noto: a cospetto di quel «gesto rivoluzionario» (in prima stesura: «colpo di Stato»), al fine di scongiurare una guerra civile (ne era consapevole anche Bracci), Umberto II lasciò l’Italia per l’estero, sicuro di potervi tornare a Repubblica instaurata. Aveva mostrato di essere il più devoto dei suoi figli.

L’Italia giunse alle votazioni del 2-3 giugno 1946 dopo tre anni di recupero del passato democratico-parlamentare ante-fascista e di profondo rinnovamento che va sinteticamente ricordato per completezza della visione storica. Esso ebbe protagonisti gli ultimi due re di Casa Savoia. Il che aiuta a spiegare perché al referendum la monarchia ottenne 10.700.000 di suffragi. A rovesciare il regime fascista, infatti, fu proprio Vittorio Emanuele III, che il pomeriggio del 25 luglio 1943 revocò Mussolini da capo del governo e lo sostituì con Badoglio, il quale il giorno dopo sciolse il PNF, il Gran consiglio del fascismo e tutte le organizzazioni del regime con decreti immediatamente controfirmati dal re e con effetto dalla loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale il 2 agosto. Chi voglia approfondire dispone dei “Verbali del consiglio dei Ministri, luglio 1943-maggio 1948”, edizione critica a cura di Aldo G. Ricci, all’epoca sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato, pubblicata dalla Presidenza del Consiglio: un’opera poderosa.

In un Paese che da quindici anni riempiva le piazze osannanti al “duce”, persino alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, e mentre la guerra faceva il suo triste corso, la “defascistizzazione”, varata da Badoglio su impulso del re, non poté essere affatto subitanea e totale. In un’Italia nella quale la tessera del PNF era prerequisito per accedere ai pubblici impieghi, mentre insegnanti e docenti di ogni ordine e grado (Università comprese) giuravano fedeltà al regime oltre che al re, la macchina dello Stato non aveva ricambi a disposizione. Il regime fascista, come documentato da Guido Melis, utilizzò la dirigenza formata nei decenni da Francesco Crispi a Giovanni Giolitti. Quella seguente si valse di quella cresciuta nel regime, ma non priva di “senso dello Stato”. La svolta del 25 luglio 1943 propiziò il contatto con il Comando alleato che consegnò al generale Giuseppe Castellano, “missus” del governo del re, il testo della resa senza condizioni, che doveva essere accettata entro il 30 agosto e fu sottoscritta il 3 settembre. Lì venne sancita la salvezza del Paese. La firma era stata preceduta dalla Dichiarazione di Quebec del 18 agosto: gli anglo-americani promettevano uno “sconto di pena” in proporzione all’aiuto che gli italiani avrebbero dato alla guerra contro la Germania. Nell’estate 1943 gli Alleati colpirono pesantemente Milano, Berlino, Norimberga, Hannover. La resa allentò la loro presa, che continuò sulle regioni organizzate dalla Repubblica sociale italiana, vassalla della Germania di Hitler. Quella resa fece la differenza. Sia pure in condizioni drammatiche (fame, occupazione più che liberazione, declino dei costumi…), fu seguita dalla cobelligeranza e dalla lotta per la liberazione: forze armate del Regno al Sud, formazioni partigiane al centro-nord.

La catastrofe[5] venne scongiurata di misura dalle decisioni assunte da Vittorio Emanuele III. Lo Stato fu salvo. La sua forma fu decisa da una consultazione popolare, il “referendum” del 2-3 giugno 1946, celebrata nei modi previsti dal decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 sull’ordinamento provvisorio dello Stato, firmato e promulgato da Umberto di Savoia, Luogotenente generale del regno d’Italia e poi convertito in legge con l’entrata in vigore della Costituzione, come stabilito dalla XV disposizione transitoria e finale della stessa. In tal modo la Repubblica rese “omaggio” all’ultimo Re: era nata ed esiste in forza di un decreto firmato da Umberto II. Ne spiegò egli stesso i motivi: dopo lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni e nell’impossibilità di convocare il Senato, di lì a poco bersaglio dell’“epurazione” cinicamente voluta e orchestrata da Carlo Sforza, Collare dell’Annunziata, senatore del regno ma repubblicano livoroso, in quel momento il governo in carica rappresentava gli italiani. Ma non tutti lo ricordano. Nell’80°, anzi, è stato taciuto. Però la storia va studiata[6] e narrata per “comprendere”, non per continuare a dividere.

Aldo A. Mola

 

[1] È stato oscurato il fatto fondamentale: la continuità dello Stato. Eppure, chiunque abbia un minimo di pratica con atti giuridici pubblici e privati sa bene che essi richiamano a fondamento leggi e “testi unici” dell’età regia, tuttora vigenti. Ciò significa che quanto edificato prima del 1946 non fu tutto distrutto, a buon diritto.

[2] Talvolta (è il caso di Ezio Mauro) hanno impaginato articoli disseminati nei mesi precedenti o (come ha fatto Gianni Oliva con “1946: il 2 giugno in Piemonte”, ed. Capricorno) si sono concentrati su questa o quella regione. Il caso più curioso è il corposo volume di Angelo Greco, “La Costituzione per tutti. Gli articoli, i principi e la storia italiana raccontati in modo semplice” (Redazione Gribaudo).

[3]Nei lavori della Costituente secondo lui «non ci furono tutte le schifezze cui siamo abituati oggi», un tempo da lui dipinto con toni lugubri: il popolo italiano «ha mostrato la debolezza» e «l’incapacità di saper coltivare il bene comune. Quei principi si sono persi. Quei valori si sono dimezzati. Quelle speranze sono scomparse. Che fin ha fatto quell’Italia?». Viene spontaneo domandarsi: di chi è la colpa? Difficile addebitarla a Vittorio Emanuele III, a Umberto II o ai monarchici, insomma a quanti uscirono sconfitti dal referendum.

[4] A partire dal 25 luglio 1943 esse furono deliberate dai governi presieduti da Pietro Badoglio, Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi e vennero promulgate da Vittorio Emanuele III e da Umberto II, prima quale Luogotenente Generale del Regno e poi come Re. La prova della democraticità del sistema è data proprio dal modo complessivamente sereno nel quale il 2-3 giugno 1946 si svolsero il referendum e l’elezione della Costituente. Non si verificò alcun incidente di rilievo, a onore del Governo, dei cittadini e del Capo dello Stato, Umberto II: con meraviglia degli anglo-americani (e non solo loro), sotto la cui “tutela” l’Italia rimaneva, perché ancora “in regime armistiziale”, ovvero “in libertà vigilata”.

[5] Fu quindi impensabile che l’Italia venisse smembrata in quattro zone di occupazione o di annessione definitiva, com’era stato previsto in primo tempo dagli inglesi (lo documentò Vanna Vailati): il nord-ovest alla Francia sino a Milano; il nord-est alla Jugoslavia; l’Italia meridionale parte alla Grecia parte alla Gran Bretagna, Roma al papa. Sarebbe stata la “finis Italiae” dopo appena 70 anni di vita e un quarto di secolo dopo l’unione di Trento e Trieste alla Patria.

Quella sciagurata sorte fu invece riservata alla Germania. Dopo il suicidio di Hitler i sovietici entrarono nel cuore di Berlino. Il 7 maggio Keitel firmò la resa senza condizioni con effetto dall’indomani. La Germania venne scorporata in quattro zone di occupazione. Berlino subì identica sorte. Catturati, i gerarchi del regime furono processati, condannati a morte, impiccati. Il “numero due”, Rudolf Hess, l’11 maggio era volato in Inghilterra per proporre una “intesa”, ma venne imprigionato. Goering morì suicida La Germania rimase per anni allo stremo. La sua costituzione fu dettata dai vincitori. Gli italiani se la scrissero.

[6] L’Istituto di Studi Politici Giorgio Galli di Milano, diretto da Daniele Comero di concerto con l’ambasciatore Sergio Vento e con storici – Giovanni Fasanella e altri  propone l’organizzazione di convegni sul grande convitato di pietra dell’80° della Repubblica: il Trattato di pace, ormai pressoché definito prima del referendum e imposto all’Italia a Parigi il 10 febbraio 1947, senza possibilità di obiezioni. In via preliminare va rilevato che quel Trattato può essere considerato mortificante ma al tempo stesso ratificò il principale successo dell’Italia: la salvaguardia della propria integrità territoriale, a parte le mutilazioni (meno modeste di quanto paia) sul confine con la Francia e quelle, di gran lunga più gravi, su quello orientale, funestato, come ben noto, dall’assassinio e dall’“internamento” per mano dei comunisti di Josip Tito di decine di migliaia di italiani e dall’esodo forzato di oltre trecentomila connazionali.

A quelle tragedie si aggiunse la forzata rinuncia alle colonie acquisite dall’Italia, sia durante il regime fascista (l’impero d’Etiopia: conquista esosa, rapidamente perduta e in nessun modo remunerata) sia nei decenni precedenti la Grande Guerra. Al riguardo va detto che nelle colonie (Eritrea, dal 1890; Somalia, dal 1907; “Libia”, dal 1912) operarono politici di cultura profondamente liberale, consci delle sfide alle quali l’Italia era chiamata e sicuramente immuni da qualsiasi forma di razzismo e di intolleranza religiosa. Valga, a conferma, l’elenco dei ministri e dei sottosegretari del dicastero delle Colonie susseguitisi dopo la sua istituzione (regio decreto 20 novembre 1912, n. 1205): Pietro Bertolini, affiancato da Gaspare Colosimo ed Enrico De Nicola, futuro presidente della Repubblica; Ferdinando Martini e Gaetano Mosca; Colosimo e Pietro Foscari; Luigi Rossi e Francesco Saverio Nitti, affiancati da Alberto Theodoli e Giuseppe Paratore; Bartolomeo (Meuccio) Ruini e Antonino Pecoraro… per finire con Giovanni Amendola, teosofo, capofila dei democratici antifascisti, ministro delle Colonie nei due governi Facta del 1922. Il 31 ottobre di quell’anno venne sostituito da Luigi Federzoni, che non era tra i peggiori del governo Mussolini e fu poi seguito da Pietro Lanza di Trabia. Quei nomi non sono etichette di un regime, ma tessere del composito mosaico del liberalismo italiano e di una concezione dell’espansione coloniale per molti profili civili niente affatto inferiore a quello di Francia e Gran Bretagna, a tacere di Spagna, Portogallo, Paesi Bassi e Germania, che al colonialismo si affacciò tardi, con un’ideologia ancora ispirata dalla “filosofia della storia” di Giorgio Guglielmo Federico Hegel. Del tutto ignaro dei continenti extraeuropei e dei loro popoli questi ne scrisse a vanvera ma fece testo per molte generazioni.

 

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