Elezioni: le vittorie di Pirro

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Tanti hanno vinto la battaglia del 20-21 settembre, pochi hanno perso, perfino il governo Conte ha trovato un pretesto per gioire. Gli italiani dopo il lungo lock-down hanno fatto sentire la loro voce, un po’ roca, che è stata interpretata come pro maggioranza di governo dai principali giornali. E’ così?

La risposta è nei voti, occorre leggere i numeri e capire bene i risultati, che sono complicati e sovrapposti. E’ comprensibile che i grandi media cantino le lodi agli occupanti dei Palazzi romani, fuori dal coro una fronda del M5S – Di Battista, Lezzi ecc… – che parla di sconfitta storica per il Movimento. Non resta che armarsi di pazienza e scorrere le cifre del sito Eligendo del Ministero degli Interni, che contiene quasi tutti i dati. Va sottolineato che il 20-21 settembre ci sono state quattro differenti competizioni elettorali, che hanno fornito varie indicazioni, che difficilmente possono essere sintetizzate in uno slogan. Per sapere come sono andate veramente le cose occorre osservare le singole sfide, che hanno regole e punti di riferimento differenti: il referendum, le regionali, le comunali e le suppletive del Senato. Partiamo da quest’ultima, che è la più significativa da un punto di vista politico, che è stata quasi coperta dalle altre.

1° elezione – elezioni suppletive per il Senato

Due grossi collegi uninominali al voto: Villafranca di Verona in Veneto e Sassari in Sardegna. Le suppletive di solito non sono considerate, perché il livello di partecipazione al voto spesso è bassissima. Non così stavolta, oltre il 60%, per cui sono un caso politico da analizzare con cura, osservando il M5S rispetto al 2018, dopo due anni di governo:

  • in Veneto aveva il 24%, ha presentato un proprio candidato che ha preso il 9%, in contemporanea il candidato alle regionali M5S ha ottenuto il 3,2%;
  • in Sardegna nel 2018 il M5S da solo aveva ottenuto il seggio con il 41% ora, insieme al PD e altre liste, ha preso il 28,9% e perde il seggio.

I risultati nei due collegi sono netti: il Movimento 5 Stelle perde sia da solo che alleato con il PD. Interessante l’alto livello della rappresentanza nella sfida per il collegio uninominale Sardegna3, dove ha vinto Carlo Doria – primario ortopedico a Sassari – sul candidato M5S-PD Lorenzo Corda – ingegnere, presidente dell’Ordine ingegneri.

2° elezione – il Referendum costituzionale

Oltre 24 milioni di italiani sono andati a votare (circa 54%): per il SI poco più di 17 milioni per il NO oltre 7 milioni circa. Risultato netto, 69% contro il 31%. Alla Camera la legge costituzionale era stata approvata con il voto di quasi tutti i parlamentari, solo il 2% contrari. Dal 2% in aula al 31% nel Paese si rileva una differenza significativa, da non sottovalutare. Su questo Referendum c’è stata una subdola disinformazione, secondo Franco Cardini “una risposta, più che democratica, populista: una risposta emozionale, dinamica, acritica (oggi si direbbe ‘di pancia’) al reiterato battage sui parlamentari in numero eccessivo e dotati di preparazione e di onestà al contrario carenti.”

Infatti, gli elettori del SI hanno pensato che ci fosse una effettiva riduzione dei parlamentari. Falso. Se ne riparlerà nel 2023, alla scadenza della legislatura, quando il taglio diventerà operativo se ci saranno ancora queste regole. Quindi per ora nessun risparmio e nessun taglio. Si segnala che siamo entrati in una zona grigia, della durata di 60gg., di congelamento delle norme approvate. In teoria, se ci fosse una crisi parlamentare, si potrebbe andare alle urne con le vecchie norme ed eleggere ancora 945 parlamentari come nulla fosse. La finestra si chiuderà a fine novembre. Dopo di che si apre una stagione di riforme quasi obbligatorie, per adeguare tutte le norme connesse e il trenino delle riforme costituzionali compensative, con l’aggiunta della nuova legge elettorale. Nessuna di queste proposte prevede un effettivo miglioramento della rappresentanza politica.

3° elezione – le Regionali

Le Regionali hanno confermato lo schema politico visto per le suppletive, con la fortissima aggiunta della personalizzazione dei candidati governatori, che ha amplificato tutti i risultati. Ora sono 15 le Regioni passate al centro destra, una situazione ribaltata rispetto al 2015. In Veneto, Liguria, Puglia e Campania hanno ri-vinto con decisione i governatori uscenti. In Toscana ha vinto sulla Ceccardi il candidato del centro sinistra Giani, che ha riproposto la politica classica (bussando con pazienza casa per casa, circolo per circolo) e i voti gli sono arrivati. Il M5S è al 3% in Veneto, al 7,8% in Liguria, 6% in Toscana, al 9,9% in Campania e 11% in Puglia per cui mantiene una presenza significativa solo al sud. La prova per l’IV di Renzi è stata deludente, con Scalfarotto in Puglia che non riesce nemmeno ad prendere un seggio con un misero 1,7%. Qualche voto in più per l’Italia Viva quando è in coalizione con la sinistra, in Toscana, a casa sua ottiene un 4,5%.

Lo studio sui flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo di Bologna ha evidenziato che i governatori in carica hanno saputo tenere i loro voti e sono andati con successo alla caccia di voti grillini (sfruttando la mancata copertura dei governativi M5S). Le Regioni interessate al voto casualmente sono state quelle forti sia per la sinistra che per la destra, per cui alla fine, Marche a parte, si è avuta un’idea di equilibrio, di forze che si compensano, ma non è così. Se si togliesse De Luca o Emiliano è difficile pensare che i loro voti possano essere nella disponibilità di Zingaretti. Come anche per Salvini, i voti aggiuntivi di Zaia sono suoi e basta. In uno schema bipolare centrodestra-centrosinistra, il M5S è diventato accessorio, ha dimostrato di essere ininfluente, per cui fine del sistema tripolare. Il PD ha perso un’altra regione storica della sinistra, le Marche, ma questo poco importa, basta ripetere con convinzione di avere tenuto bene con la faccia felice.

(immagine tratta da Repubblica.it)

4° elezione – le Comunali

Una sostanziale continuità delle amministrazioni, con un pareggio tra centrosinistra e centrodestra. Per ora solo il comune di Macerata è stato perso dalla sinistra. Tra dieci giorni dopo il ballottaggio si potranno fare i conti completi.

Conclusioni

Come accade oramai da alcuni decenni, in questo turno intermedio c’è stata una mezza rivoluzione politica: i dati evidenziano che il sistema politico italiano è ritornato ad essere bipolare, centrodestra contro centrosinistra, conseguenza diretta dell’alleanza tra M5S e PD. Il PD romano festeggia i voti ripresi nei vari territori, dove non ha avuto alcun merito, con un parziale recupero dei voti grillini. C’è stato un evidente crollo di consensi al M5S, che lo rende marginale nelle future competizioni. Mantiene però il controllo dei due maggiori gruppi alla Camera e al Senato, frutto del voto del 2018.

Qui sta l’inganno del Referendum, che ha fatto credere che ci sarebbe stato un “taglio” effettivo alle poltrone fin da subito. Invece, se ne parlerà nel 2023, al termine di questa legislatura, intanto i grillini rimangono sulle poltrone, visto che hanno scoperto che sono molto comode. Il Movimento 5S si intesta la vittoria nel referendum per il taglio delle poltrone ma è quello che ora sopravvive praticamente solo nei palazzi romani. E’ diventato beffardamente un movimento di “poltronari professionisti”: presidenti e vice-presidenti, ministri, sottosegretari, alcune centinaia tra senatori e deputati, incarichi a iosa nel grande sottobosco dello Stato. Tutti a libro paga del contribuente che domenica scorsa ha creduto alle promesse elettorali senza tenere conto della scaltrezza dei veri “populisti”.

 

DVC

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