La storia riletta: “La Marcia in Roma del ’22”

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Mussolini rivoluzionario, col permesso del papa

Lo ha ricordato con lapidaria incisività Giorgio Galli nell’introduzione alla conferenza “Mussolini e movimenti esoterici e iniziatici” nel ciclo di incontri (in video) sul “Fascismo magico” organizzato dall’Istituto di studi politici e internazionali (ISPIG – Milano) e coordinato da Daniele V. Comero, Vinicio Serino e Ottorino Maggiore van Beest. Galli è  celebre per aver definito il sistema politico italiano postbellico come “bipartitismo imperfetto”, ha appena pubblicato dei saggi con Mario Caligiuri, Come si comanda il mondo e Il potere che sta conquistando il mondo (ed. Rubbettino, 2020) e non ha dubbi: quella di Mussolini fu una “Rivoluzione col permesso del Papa”. Una farsa di ateo pentito. Mentre anche molti “fascisti” combattevano i clericali e rivaleggiavano con la Carta del Carnaro di Gabriele d’Annunzio proponendo la confisca dei beni ecclesiastici, l’introduzione del divorzio, il diritto di voto femminile, l’emancipazione delle donne, la giornata lavorativa di otto ore (antica richiesta dei socialisti, dalle cui file arrivava Mussolini e alle quali approdò Pietro Nenni, originariamente repubblicano e suo sodale), sotto sotto il futuro Duce sin dal 1922 aveva preso a trescare con la Santa Sede tramite il gesuita padre Pietro Tacchi Venturi, che tessé i rapporti tra lui e il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Gasparri, e nel 1938, alla vigilia dell’approvazione delle leggi razziali, glielo ricordò per ottenere la discriminazione dei “matrimoni misti” tra ebrei convertiti a cattolicesimo e “ariane” (o tra “ariani” ed ebree cattoliche): dove era chiara l’identificazione tra “razza” e “religione” con tutti i pregiudizi secolari.

Alle elezioni del 16 novembre 1919 Mussolini subì una sconfitta clamorosa. Nella circoscrizione elettorale di Milano la sua lista, comprendente Toscanini e Guido Podrecca, già fondatore di “L’Asino”, settimanale satirico ferocemente anticlericale, e altri candidati niente affatto antidemocratici, raccolse appena 5.000 voti. Egli stesso racimolò 2.500 preferenze. Un risultato umiliante. Ma, come ha documentato Renzo De Felice, non si dette affatto per vinto. Per lui valeva la regola degli estremisti di tutti i colori: tanto peggio, tanto meglio. Dalla sua parte aveva la crisi politico-sociale, la scioperomania, l’inconcludenza dei governi e soprattutto le ripercussioni della suddivisione dei seggi alla Camera in proporzione ai voti ottenuti dai partiti, la “maledetta proporzionale” (come la definì Giolitti) voluta da Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, dai socialisti e da liberali di belle speranze, che confondevano l’“eloquenza parlamentare” con la “politica”. 

Con quelle premesse il 30 ottobre 1922 il trentanovenne Mussolini ebbe l’investitura a presidente del Consiglio dei ministri da Vittorio Emanuele III, su consiglio di tutti i maggiorenti delle forze politico-sociali-economiche non antisistema del Paese. La vera “marcia” non fu “su Roma” ma “in Roma”: dal Vaticano in Italia. Non con i manganelli ma con ceri e aspersori. I partiti che a metà novembre votarono la fiducia al governo Mussolini erano il guazzabuglio che aveva impedito a Giolitti di governare: i popolari di don Sturzo, il grappolo acido di liberali (solo nell’ottobre 1922 nacque il Partito liberale italiano presieduto dal dimenticato Borzino), i demosociali del teosofo Colonna di Cesarò. Come da vent’anni, i socialisti di Turati, Treves, Modigliani e di Giacomo Matteotti (freschi dell’ennesima scissione) rimasero spettatori.

Nicola Di Modugno nell’incontro del 12 novembre ha ricordato che il 19 gennaio 1923 la Santa Sede passò all’incasso. Entrando da ingressi separati il cardinal Gasparri e Mussolini (accompagnato da Giacomo Acerbo, della Gran Loggia d’Italia e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) si incontrarono nel palazzo del conte e senatore Carlo Santucci, presidente del Banco di Roma, ancora una volta sull’orlo del fallimento, e ne concordarono il salvataggio con l’intervento del governo “al di qua del Tevere”. In aggiunta, il Duce del fascismo si impegnò a mettere al bando la Massoneria, che dagli albori del Risorgimento rappresentava l’alternativa radicale alla Chiesa cattolica. Non era un partito qualunque ma un’Idea Universale. Non era una fazione, come i nazionalisti, ma la promotrice e custode della Nazione. Però Roma non poteva contenere due Città Eterne: doveva scegliere quale incarnare. Convinto che in fondo era solo questione di “moneta”, in cambio del “potere” Mussolini non ebbe difficoltà alcuna a sbarazzarsi dei massoni. Non solo. In Italia non potevano esserci due depositari dell’Idea di Nazione. I democratici persero la partita con la riunione del Gran consiglio del fascismo che subito dopo, a metà febbraio del 1923, deliberò l’incompatibilità tra fasci e logge, che pur contavano parecchi “fascisti dell’origine”, mangiapreti della peggior risma. In quella seduta i grandi consiglieri vennero istruiti da uno spretato che per primo aveva pubblicato in Italia gli infami “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” e che il Duce, superstizioso assai, evitava di vedere e di nominare. In effetti quell’ex reverendo non gli portò bene. Lo incalzò sino agli ultimi giorni della Repubblica sociale.

Giorgio Alberto Chiurco scrisse cinque volumi sulla “Rivoluzione fascista”, che era e rimase un orpello retorico. A inizio Novecento l’idea di Italia prese corpo in alcuni edifici simbolici, come l’Altare della Patria e il Palazzo di Giustizia (poi sede della Corte di Cassazione), istoriati con gli emblemi della Romanità, ispirati all’Ara Pacis di Augusto, alle Colonne di Traiano e di Antonino Pio, ai Fori imperiali: nessun cenno alla Roma dei Papi. Ma quanto avvenne nel 1922-1923 sfuggì ai più. L’Almanacco della “Ragione” per il 1923 pubblicò in copertina il fascio littorio sormontante la Cupola di San Pietro. I suoi turiferari, liberi pensatori e militanti dell’associazione Giordano Bruno, non avevano capito che ormai era tutto cambiato. La “rivoluzione” di Mussolini si risolse in una ostensione.

Oltre a salvare il Banco di Roma Mussolini imboccò la via della Conciliazione, coronata l’11 febbraio 1929: il riconoscimento dello Stato della Città del Vaticano, che fu opera anche del gesuita Tacchi Venturi (1881-1956), dal 1922 protagonista influente sui rapporti tra le due sponde del Tevere e tuttora in attesa di una biografia esaustiva.

Aldo A. Mola

Estratto dell’articolo pubblicato dal Giornale del Piemonte il 15 .11.2020

La foto è tratta dal filmato durante la “Marcia in Roma” relativo alla cerimonia all’Altare della Patria, con Mussolini in testa e le autorità

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