Educazione “Civica” per tutti

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Una piccola notizia che sta passando del tutto inosservata. In ossequio alla legge 92 del 2019, voluta dall’ex ministro Bussetti, recepita dal suo successore, ministra Azzolina (sit venia per la mescolanza dei generi grammaticali), in tutte le scuole d’Italia con il nuovo anno scolastico sta partendo l’insegnamento di «educazione civica» (ndr: il giornale Civica non c’entra, per fortuna non ha pretese educative, solo informative). Non una novità, si dirà, dato che i più anziani tra noi ricorderanno che un tempo c’era l’insegnamento di «Storia ed educazione civica». Invece, no, perché il nuovo insegnamento, al momento, non si configura come una materia scolastica, ma come un percorso parallelo e interdisciplinare, tuttavia valutato (voto in pagella). Inoltre, mentre la vecchia «educazione civica» consisteva sostanzialmente in un’infarinatura di diritto costituzionale, la nuova si propone proprio di essere uno strumento educativo, in risposta alla crisi o emergenza in cui versa la gioventù italiana sul piano del senso e della coscienza civica. «L’obiettivo è fare in modo che le ragazze e i ragazzi, fin da piccoli, possano imparare principi come il rispetto dell’altro e dell’ambiente che li circonda, utilizzino linguaggi e comportamenti appropriati quando sono sui social media o navigano in rete», così la ministra Azzolina. Dunque, non tanto un percorso di conoscenze, ma l’insegnamento di un modo di essere, che presupporrebbe delle linee etiche e pedagogiche che, peraltro, non sono in alcun modo esplicitate. Del resto, lo Stato, che per sua natura si definisce neutro, potrebbe mai indicare delle linee «etiche»? e su quale base? L’educazione civica, nel nuovo modello Bussetti-Azzolina, vorrebbe essere una risposta alla cosiddetta «emergenza educativa», questione assai seria, condensata in un’espressione da più parti usata per descrivere la drammatica situazione in cui versano la scuola e la condizione giovanile.

Alla radice dell’emergenza c’è indubbiamente una crisi culturale gravissima, generata dal relativismo e dall’oggettivo contrasto tra la proposta educativa delle famiglie (quando c’è) e le nuove agenzie (dis)educative (mondo dello spettacolo, veline e velini, televisione, influencer, immagini pubbliche dei politici di grido etc.), con la scuola che sta in mezzo o non si sa bene dove. Descrivere e precisare ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto degli stessi giovani e delle loro famiglie appare finanche superfluo. La Didattica a Distanza (la DAD, nella scuola delle sigle), con la spersonalizzazione di insegnamento e apprendimento, ha mostrato e mostra, più che mai, le dimensioni spaventose di questa crisi educativa, dato che l’educazione è, per definizione, relazione, contatto, esperienza…

Va però almeno osservato che l’emergenza educativa non è affatto una cosa di oggi o solo di oggi. Le ultime proposte sono servite solo ad aggravarla. Anche le personalità degli ultimi ministri della pubblica istruzione, se paragonati a nomi di loro predecessori come De Sanctis o Gentile, danno la misura esatta della pochezza in cui siamo precipitati. La scuola è diventata un laboratorio dove sperimentare tattiche e strategie pedagogiche disastrose, facendo di volta in volta della scuola il luogo dove parcheggiare il disagio sociale o dove creare il cittadino nuovo e ideale. Ora, con la DAD, con le classi turnate casa-scuola, metà in didattica on line, metà in presenza, di educazione neppure si parla più.

La slealtà è proprio questa: ri-educare (o, più coerentemente) dis-educare insistendo sulla presunta neutralità di progetti imposti dall’alto e dell’intoccabile ipostasi della Scuola Statale (che, si badi bene, è statale, non pubblica, perché in tutto sempre più e sempre solo gestita dall’apparato burocratico-ministeriale). Semmai, capita che la stessa parola «educazione» venga a trovarsi svuotata e risignificata, a uso di quel nulla autoreferenziale che è, poi, la sostanza della burocrazia-ministeriale, avulsa da ogni appartenenza ideale. È questo il caso proprio della nuova «Educazione civica», che, oltre tutto, viene introdotta come percorso trasversale che non elimina, ma procede in parallelo con i gelminiani progetti di «Cittadinanza e costituzione».

Ci si aspetterebbe che i cittadini studenti e scolari venissero semplicemente “informati” sul funzionamento della macchina statale, di cui la loro scuola è parte, e sui principi civici che governano lo Stato e la società, tanto più che l’ideona di questi nuovi insegnamenti ha il timbro del centro-destra. Non basta, però, introdurre un nuovo insegnamento, se, poi, lo «spirito» ce lo mette qualcun altro. La differenza che c’è di mezzo è la stessa tra uno scaffale vuoto e uno scaffale pieno. E, infatti, il nuovo insegnamento (che tale non è, visto che, al momento, si tratta solo di ore suddivise tra i docenti della stessa classe) si sta configurando come un semplice progetto di indottrinamento, con i temi cari all’agenda dei poteri forti: gender, bullismo, nuovi modelli familiari, multiculturalismo, immigrazionismo spinto, magari mascherati con perifrasi tanto altisonanti, quanto vuote.

Non si risolve la crisi introducendo ulteriori corsi ad hoc centrati su questo o quell’aspetto della crisi stessa e visti dagli alunni come una dilatazione dell’orario scolastico (già elefantiaco) o, in alternativa, come un’occasione per perdere qualche ora di lezione. Forse la scuola deve semplicemente tornare a essere scuola, cessando di servire ad altro.

La nostra scuola è l’esito di un processo storico iniziato con l’unità d’Italia che ha visto al proprio centro, di volta in volta, finalità diverse, ma tutte segnate dal peccato d’origine dell’astrattezza, della scuola che “serve a”. Si è passati dal “fare gli italiani” della scuola postunitaria, al “libro e moschetto” dell’era fascista, sino alla cosa indescrivibile e inconsistente davanti a cui ci troviamo oggi. La verità è che lo Stato non accetta di mollare l’osso e, in questo modo, impedisce ogni serio progetto di riforma che in Italia potrebbe avvenire solo su basi territoriali, regionaliste e federaliste esplicite. Sono riferimenti che oggi sono quasi del tutto estranei al panorama politico italiano: triste, ma doveroso constatarlo.

 Giuseppe Reguzzoni

Immagine in evidenza liberamente tratta dal sito web: Orizzontescuola.it

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